Bill Pohlad indovina il suo secondo lavoro alla regia

Efficace e godibile la biografia del leader dei Beach Boys realizzata da Bill Pohlad.

Senza aver mai conosciuto a fondo la musica dei Beach Boys, senza avere idea di quale fosse la loro storia, né aver mai letto i loro testi nello specifico, ho sempre avvertito sprigionarsi dalle loro canzoni, una vitalità contagiosa che non si esauriva nell’allegria messa da alcuni pezzi più conosciuti, ma era unita a una sensazione di urgenza di esserci, di esprimere qualcosa di intenso, su qualsiasi tonalità umorale fosse improntata la canzone, la sentivo impaziente, come se fosse imprescindibile, se fosse quella l’unica possibilità di far esistere quello che veniva fuori e ascoltavo.
Era qualcosa che faceva entrare nell’immediato quella musica in comunione con me, mi faceva venir voglia di cantare, di muovermi se non conoscevo la canzone, o semplicemente di soffermarmi, darle lo spazio che chiedeva e godermela.
Ho sempre pensato ci fosse una grande forza nei loro lavori.
È ciò che ricordo di più di loro, quella sensazione indefinita e difficilmente descrivibile.
Sono canzoni vive, se ne avvertono i colori, tanti colori, non sempre luminosi ma sempre vivi.

Tutto ciò viene rappresentato magnificamente la seconda opera di Bill Pohlad, Love & Mercy, che, uscita nel 2014, purtroppo, solo tardivamente, la scorsa settimana, ha raggiunto le sale italiane.
Affidandosi alla sceneggiatura di Oren Moverman, (autore, poco tempo dopo, di Time Out of mind), e a seguito di una carriera prevalentemente da produttore, con all’attivo film di grande spessore e successo, come 12 anni schiavo, Tree of Life, Into de WIld, Bill Pohlad racconta e ripercorre le diverse fasi di vita di un riuscitissimo Brian Wilson, leader e cofondatore di una delle band simbolo della musica pop del 1900, e scegliendo di dare alla sua figura un carattere dualistico, sia per la doppia interpretazione che per quanto riguarda il conflitto con sé stesso, non fa altro che confermare e avvalorare le mie sensazioni aspecifiche di allora.
L’urgenza che avvertivo, trasmessa in modo estremamente efficace da ogni elemento del film, era l’esigenza di dare consistenza a un’interiorità tormentata, di esternarla, comunicarla, da parte di uno spirito in perenne lotta con un’immagine di sé totalmente regolata e nello stesso tempo continuamente contestata, respinta, rinnegata reiteratamente dall’egocentrismo di un padre infimo, che pur di non rinunciare a lui, pur di non vivere il lutto della presa di coscienza della sua cattiveria e perderlo come genitore e punto di riferimento, preferiva mettere in discussione sé stesso, limitare la sua essenza, condizionare la sua creatività, continuando a far vivere quel padre in forma di voci e percezioni di ogni genere, e, per quanto geniale e talentoso, venendo sovrastato dalla sua violenza per tutta la vita, conservandola come parte di sé nella sua mente.
Tanto da consentire a un altro essere ignobile, complice il padre sempre più inqualificabile, con la stessa violenza, di appropriarsi della sua vita, della sua casa, del suo tempo, delle sue relazioni, della sua arte, arrivando quasi a ucciderlo.
E allora, quel bisogno estremo ha generato, come spesso accade, un unico linguaggio attraverso il quale venir fuori ed esserci, geniale quanto più disconosciuto, martoriato e invidiato, fortunatamente resistente alla maggior parte dei tentativi esterni di metterlo a tacere.
Ma sempre in lotta.
In lotta fondamentalmente tra la necessità della libertà di essere sé stesso e il bisogno primario di sentirsi amato da chi lo ha sempre rinnegato ma che tiene in pugno il suo senso di sé.

Ed è tenero quanto triste come, ignorato da una madre debole, vessato da un padre soverchiante, questo ragazzo cercasse di mantenere almeno l’unione con i fratelli, gli altri componenti della band, unico barlume di affettività familiare, più o meno sana, rimasta.
È bravissimo Paul Dano, con la mimica che lo contraddistingue e nella sua grande espressività, a comunicare quella necessità di aggrapparsi almeno a loro, l’optare, davanti al rifiuto delle sue proposte, pur sapendo perfettamente di rappresentare la mente e l’anima della band, per non discutere troppo, non imporre sempre il proprio talento, perché il rischio che avrebbe comportato perdere anche loro, probabilmente sarebbe stato troppo difficile da tollerare.
Queste dinamiche, molto ben orchestrate nella scena, fanno emergere ed evidenziano in maniera chiara tutta la fragilità di Brian, i suoi punti deboli, la vulnerabilità della quale poi approfitteranno tutti quanti.

Una lotta la sua, ben riconoscibile nel contrasto tra l’utilizzo continuo di sostanze stupefacenti che fungono da amplificatore di un’anima che da sola non riesce a sovrastare la ruspa genitoriale, pena la sua distorsione(ciò non esclude che il tutto sia agevolato dal fatto che il cantante abbia vissuto in un periodo in cui era praticamente impossibile essere artisti e non assumere droghe), e la psicosi che incarna la parte di lui che mantiene vivi il bisogno e la speranza di un riconoscimento paterno per tutta la vita, che lo vede aspettare una sua chiamata dopo il successo di un suo disco nonostante il suo disprezzo, o lo vede ancora bimbo spaurito in attesa, dopo anni e anni di ingiuste e schifose manipolazioni.
Il risultato è l’interruzione del senso di continuità di un sé che si disgrega e si perde, anche se fortunatamente, mai del tutto.

Ottimo il cast scelto da Pohlad, in particolare indovinatissime entrambe le versioni di Brian Wilson, quella giovanile, interpretata magistralmente da un grande Paul Dano, e quella più maura, incarnata in un, non da meno, John Cusack, nonostante la sua prova sia stata perlopiù considerata inferiore rispetto a quella del giovane collega, dalla maggior parte della critica, enorme invece nel ruolo dello psicotico, incredibilmente credibile e autentico nella totale e disarmata incapacità di mentire o di tollerare le piccole frustrazioni.
Molto bravi anche Elisabeth Banks e Paul Giamatti, rispettivamente nel ruolo della donna che diventerà la sua salvezza e dello psichiatra disturbato e infido che lo ha in carico.

Bill Pohlad confeziona una biografia sensibile e coinvolgente, che ha il merito di riuscire a fondere in modo equilibrato e fluido le diverse componenti della tormentata personalità del leader dei Beach Boys, rendendogli il giusto omaggio, inserendo la sua musica senza approfittarne facendone un facile o scontato utilizzo, e alternandola e combinandola efficacemente con il suo perfezionismo, la sua necessità di mettere sé stesso nella sua arte, ma anche con le distorsioni e le deformazioni del suo essere provocate dalle droghe, con le manifestazioni della sua psicosi e con la capacità di innamorarsi ancora nonostante tutto.
Altro merito, è quello dettato dalla necessità di dar spazio alla creatività di Brian, consentendo al regista di soffermarsi a lungo sui processi di costruzione minuziosa dei suoi brani, che conferisce maggiore interesse artistico.
Tutto attraverso un sapiente utilizzo degli strumenti a sua disposizione, cast ottimamente diretto, montaggio, fotografia, tutti elementi sinergici nel dare il proprio singolo contributo all’opera e renderla nell’insieme un lavoro decisamente valido.

L’unico possibile neo che stride un po’ con l’autenticità che si respira, è il ragionevole dubbio che la relazione sentimentale e il suo ruolo fondamentale nell’evoluzione della vita di Brian, data la sua rappresentazione forse un po’ troppo perfetta, sia stata in qualche modo romanzata ai fini della miglior riuscita dell’opera e dell’ottenere strumentalmente determinate emozioni dallo spettatore.
Ma ciò non toglie niente ai tanti pregi del film che rimane un lavoro fluido e godibilissimo, e per fortuna, è soltanto un dubbio.

Roberta Girau

 

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