Dal Profondo: dal Festival del Film di Roma a Il Mese del Documentario

Valentina Pedicini firma un documentario che, della provincia più povera d’Italia racconta la storia della miniera più antieconomica e più preziosa che abbiamo: l‘Uomo.

Mercoledì 13 maggio, all’interno della rassegna Il Mese del Documentario, è stato proiettato alla Casa del Cinema di Roma Dal Profondo, di Valentina Zucco Pedicini, documentario vincitore del Festival Internazionale del Film di Roma nel 2013.

Si dice che la distinzione tra film di finzione e documentario stia svanendo, che finalmente anche al documentario viene riconosciuta a pieno titolo la dignità di Film – con la effe maiuscola. Ed è vero, più documentari vedo meno riesco a cogliere la differenza tra questi e i film di finzione. A volte le barriere cadono perché si riconosce pari dignità a due cose diverse, ma altre volte cadono perché una delle due cose tende ad assomigliare così tanto all’altra che è impossibile distinguerle. Forse vedrò i documentari sbagliati, ma l’indubbia bellezza che trovo in molti è data più che altro dalla ripresa dello stile visivo e narrativo proprio del film di finzione. Documentari giocati su inquadrature belle, sequenze bellissime, ma lavorate e rilavorate come se si fosse presa la realtà e vi si fosse cucito sopra un velo – il più delle volte sonoro – per abbagliare lo spettatore: Guardami sono bello come un film! Io sono un film… Non trovi?.Il documentario sta si acquistando la dignità del film di finzione, ma a che prezzo? Documentari patinati simili a donne o uomini di cinquanta-sessant’anni che dicono “Non mi sono rifatto niente. Quello che vedete è tutto naturale.” E quello che vediamo è una persona truccata, ma truccata così tanto che non solo la sua età è cancellata, ma anche il suo volto.

Perché dico tutto questo? Perché finalmente, incredibilmente ho visto un documentario che rimane fedele alla cruda e povera – ma non misera – realtà che documenta, un film che tutto ciò che mostra e fa sentire non è qualcosa di aggiunto, di aggiustato, di agghindato, ma qualcosa che viene da quel luogo, da quella terra e che la maestria della regista ha saputo cogliere e restituire nella sua purezza, come un minerale da cui si soffia via la polvere e così lo si vede brillare nei suoi reali colori.

Dal profondo quindi non parla di, ma documenta la vita in miniera, nell’unica miniera di carbone presente a tutt’oggi in Italia: la miniera dei pozzi di Figus e Nurazzi, in Sardegna. Valentina Zucco Pedicini documenta i giorni più “caldi” della miniera, quando si è rischiata la chiusura dello stabile, la fine di quest’industria antieconomica, di questa struttura in perdita perché “il carbone non scalda più”. Sin dall’inizio del film ci immergiamo, sprofondiamo con una minatrice nel buio della miniera, nel buio della provincia più povera d’Italia, nel buio di un Paese sepolto vivo tra disoccupazione giovanile e pensioni irrisorie, tra la paura di perdere la salute e quella di perdere il lavoro. Fin dall’inizio e via via durante tutto il film ci caliamo coi minatori nel buio dell’anima. Un’anima che “appartiene alla terra”, ma da questa terra è stata tradita. Tradita dal Bel Paese, dai tempi del boom economico, quando lavorando in miniera si guadagnava 1.200.000 lire al mese – cifra incredibile e impensabile adesso. Un’anima tradita dalle istituzioni – ma questo ormai è un luogo comune. Un’anima tradita da coloro che l’hanno data alla luce, da quei genitori che raccontando ai loro figli le storie della miniera hanno reso questo luogo scuro, umido e malsano un luogo mitico, dove voler andare e restare per sempre, perché è la terra dei padri. Un’anima tradita., infine, da colui per cui quell’anima si è battuta tutta una vita “quanto tempo qui sotto a proteggere il buio”, e il buio non l’ha ripagata, non ha ripagato questi minatori, no. Gli ha tolto salute, vita, futuro, famiglia. Un buio che non è solo nel profondo di questa miniera, sepolta nel profondo dell’Italia, un buio che rappresenta la Sardegna, l’Italia, i giovani disperati, gli adulti senza speranza, gli ultimi della terra, rappresenta il primo e l’ultimo uomo, che guardandosi nel profondo trova una miniera. Una miniera di ricordi? Di affetti? Di delusioni? Di speranze?

La grandezza – parola enorme ‘grandezza’, ma in questo caso è giusto usarla – la grandezza di questo documentario è che mostra l’uomo, nell’oggi e nel sempre, documentando senza trucchi-senza inganni la vita nel profondo del profondo dell’Italia. E la miniera appare, nella sua nuda realtà, come quella Metropolis immaginata da Fritz Lang, dove gli operai accatastati uno accanto all’altro scendono sotto terra per andare a lavorare, sospinti nella loro fatica quotidiana dal rumore continuo e incalzante delle macchine, del lavoro. E i minatori, coi loro caschi e le loro voluminose divise, che si muovono in un’aria extra-terrestre ricordano gli astronauti, gli eroi di Armageddon, e anche qui, come nel caso di Metropolis, ci accorgiamo come tutto è ribaltato nella realtà. L’uomo della fantascienza è diventato un uomo delle caverne – delle miniere – l’uomo nello spazio è l’uomo nel pozzo, privato dalla luce delle stelle. La realtà come un mondo al contrario dove – come nel Faust – cielo e terra si contendono l’uomo e se il cielo sembra schiacciare questo piccolo animaletto, poco più di “un grillo”, la terra, la madre terra, la terra dei padri, la terra sostiene l’uomo, gli dà la forza di stare in piedi, di andare avanti e di guardare di fronte a sé, anche se è buio.

Flaminia Chizzola

 

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