Daniele Gaglianone e i volti NO TAV

L’ultimo film documentario di Daniele Gaglianone è stato presentato in anteprima al TFF e selezionato in concorso a Filmmaker Fest – Qui è dove sono le ragioni dei cittadini della Val di Susa, dove non arriva lo Stato

«Se 70.000 persone dicono no vuol dire che esiste una coscienza collettiva, a cui le istituzioni non prestano ascolto». Parla Francesco, è seduto tra i genitori al tavolo in cucina. La sua casa è una delle tante ‘toccata’ dal progetto TAV (treno ad alta velocità Torino – Lione) e sembra che debba essere demolita. Sembra perché nessuno ha ancora chiarito la questione, non è mai stato chiesto un parere né proposta una soluzione. La famiglia vive sospesa tra protesta e paura «Qui ci stanno condannando a morte, non sappiamo se restare o meno. Se anche riuscissimo a salvare la casa, dopo i lavori tutta la zona diventerà contaminata e pericolosa, per colpa dell’amianto». Loro e altri 7 attivisti NO TAV sono i protagonisti del film Qui di Daniele Gaglianone che s’interroga sull’identità e sul pensiero che guida la loro risoluta ribellione.

«Le iniziative NO TAV sono radicali perché vanno alla radice. Sono organizzate da gente di tutte le risme e ideologie, dal cattolico all’anarchico. Sono persone che fanno discorsi semplici e trovano giusto lottare affinché il territorio in cui vivono non sia smembrato, inquinato o deforestato» così Aurelio Loprevite, speaker di Radio Blackout di Torino, racconta il movimento per poi rievocare i momenti più difficili delle proteste. Come il giorno in cui Luca Abbà, giovane attivista, cadde dal traliccio su cui si era arrampicato. E Gaglianone racconta una comunità effettivamente varia. Inizia su un sentiero assolato alle spalle di Gabriella Tittonel del gruppo “cattolici per la vita della valle”. Insieme raggiungono il cantiere di Chiomonte, dove la donna controlla l’andamento dei lavori, sabota le recinzioni, prega e schernisce le forze dell’ordine rimaste a piantonare la zona sotto il sole. Lì dove prima che arrivassero le ruspe sorgeva un bosco di castagni centenari.

Qui racconta la ribellione senza formalismi, indaga le ragioni e non i “colori” del movimento. Segue i suoi protagonisti nei piccoli atti quotidiani che alimentano la lotta, li accompagna sui luoghi delle azioni, negli appostamenti, o “solo” a guardare da lontano le loro ex proprietà. La prima manifestazione risale al 1995 ma la protesta ha assunto un importanza nazionale dopo gli scontri di Venaus. Nilo Durbiano, ai tempi sindaco della cittadina, racconta: «Dopo la confisca dei terreni abbiamo occupato l’area in cui doveva essere allestito il cantiere. Sono diventato NO TAV la notte in cui la polizia ha fatto irruzione nel campeggio del presidio (quella tra il 5 e il 6 dicembre 2005, ndr). Ho visto dal vivo la violenza con cui hanno attaccato i miei concittadini». Continua Alessandro Lupi, carabiniere in congedo, ferito da un razzo lacrimogeno sparato a distanza ravvicinata da un poliziotto antisommossa: «Non rinnego l’arma ma sono stato obbligato a uscire fuori di casa per affrontare le forze dell’ordine».

Ritratti in una regia essenziale. Gaglianone usa poche panoramiche e tantissimi primi piani stretti, come se gli intervistati interagissero direttamente con la camera e non con lui. Alterna in campo contro campo tra le due prospettive, le riprese fisse da quelle a mano e utilizza alcuni mirati video di repertorio. L’atmosfera è tesa ma la tenacia della popolazione è spesso più forte dello sconforto e le vie in cui ognuno decide di esprimere il proprio dissenso sono diverse. Qui è un lavoro che toglie le etichetti dai volti dei militanti NO TAV. A chi descrive folle di giovani extra-valle armati e violenti risponde con il racconto di Marisa Mayer, anziana ristoratrice che si ammanetta alle transenne di un cantiere. «Me le avevano portate la sera prima, ci ho tolto il pelo perché erano del sexy shop. I poliziotti hanno provato ad aprirle ma non ci sono riusciti, non avevano le chiavi giuste. Erano manette cinesi». L’illegalità assume un altro significato. Chiosa Mayer: «Dobbiamo prenderci la responsabilità di quello che succede, nessuno può permettersi il lusso di dire “io non c’entro”»

Durante la master class organizzata da Filmmaker Fest, Qui. Il documentario come punto di vista, Gaglianone ha raccontato il suo lavoro: «La realtà da sola non parla, ogni racconto presuppone una presa di posizione. Per questo film ho fatto un lavoro sul linguaggio talmente sottile ed elaborato che lo spettatore non percepisce il mio intervento ed è disarmato davanti ai racconti. Volevo prendere posizione, ma senza fare un volantino. Scegliere di ascoltare, senza usare le persone in modo strumentale, né piegare le situazioni a una struttura che si ha già in mente, è un atteggiamento politico. Chi parla sapendo di essere ascoltato con disponibilità si aprirà fino in fondo, arrivando a parlare più con se stesso che con chi gli sta davanti. Al punto che arriva un momento in cui te ne fotti del film che stai facendo. Il film diventa solo un pretesto per vivere qualcosa che altrimenti non avresti mai vissuto. E quando succede è l’estasi assoluta» e ha concluso «Qui parla di rivolta, dello spaesamento di chi ha dovuto constatare come una certa idea di democrazia e di Stato non esista più, o forse non sia mai esistita: per questo la lotta è divenuta l’unica possibilità di agire».

Zelia Zbogar

 

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