Era il 1958… esordio alla regia per Francesco Rosi

Un omaggio al Maestro Francesco Rosi, scomparso pochi giorni fa.  La sfida: il suo primo lungometraggio da regista solista

Ci ha lasciati 4 giorni fa, in silenzio, come forse nessuna delle sue opera ha mai fatto, tutte troppo contro, tutte costruite per denunciare e fotografare un paese, il nostro, tirato su da secoli a malaffare, soprusi, speculazione, omertà e “mors tua vita mea”. Un andazzo che a Francesco detto Franco Rosi, nato a Napoli il 15 novembre del 1922, non è mai andato bene. Sin da quando, abbandonati gli studi di giurisprudenza a 9 esami dalla laurea, per intraprendere la strada artistica. Francesco Rosi è, indiscutibilmente il regista italiano che più di ogni altro ha saputo scavare nel torbido di questo paese, con uno sguardo “alla Verga”, non risparmiandoci nulla, sia in termini di denuncia che di spettacolarizzazione, costruendo impianti narrativi che viaggiavano su un duplice binario, l’intrattenimento si sposava con il desiderio di porre lo spettatore su un piano attivo, a lui toccava il compito di posare fra le mani del popolo il dubbio, ora che fossero gli spettatori a ricercare e trovare le chiavi di lettura delle cose. Un compito gravoso, quasi una missione, certamente scomoda, ma come tutte le missioni, sorda ad ogni richiamo di omologazione.
Francesco Rosi è stato tutto questo, lo è stato sin da subito, fin dalla sua (vera) opera prima, quella girata (finalmente) in autonomia, La sfida. Un gangster movie alle pendici del suo amato Vesuvio, fra contrabbandieri e signorotti locali che dettano le regole degli affari, puliti e lordi. Vito, il protagonista, è stanco di raccogliere gli spiccioli per strada, l’elemosina di un fiume di soldi facili che ora vuole finiscano anche (e soprattutto) nelle sue tasche. Si imbarca nel business della compravendita illegale di frutta e verdura, mettendosi contro chi, da sempre, “batte le carte” in quelle zone.

Francesco Rosi, sapientemente dirige un film campano nello spirito e nella resa ma assolutamente americano per i tratti, per l’ansia quasi spasmodica, quell’ineluttabile che ci insegue per tutta la pellicola. Conosciamo bene come, in quel mondo, farsi strada può portare in paradiso ed al cimitero, non sempre in quest’ordine. Rosi, coadiuvato da una fotografia meravigliosa, in un bianco e nero che rende meglio di molti film a colori, la luce lussureggiante di un territorio meraviglioso, sfregiato e violentato, ma di una umanità in equilibrio fra eccesso e mestizia. Un viaggio, si dice spesso, comincia con il primo passo. Quello di Rosi fu un primo passo riuscitissimo lungo un percorso fatto i coraggio, furore, candore e rabbia. Ciao Maestro.

Marcello Papaleo

 

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