Escobar: Paradise Lost. Il vero volto del signore della droga

Recensione del film presentato in anteprima al Festival Internazionale del Cinema di Roma, con Benicio del Toro e Josh Htcherson protagonisti insieme ad Andrea Di Stefano

Chi era veramente Pablo Escobar? Un trafficante di droga, e questo lo sanno tutti.
Ma quante persone sanno del vero volto di Pablo Escobar? Quanti sono a conoscenza di ciò che ha veramente fatto per diventare uno degli uomini più ricchi del mondo grazie “all’esportazione di un prodotto nazionale” come la cocaina?
Non molti, a quanto pare. Josh Hutcherson, uno dei protagonisti del film, non ha avuto problemi ad ammettere che prima di leggere la sceneggiatura considerava ancora Escobar come una sorta di Robin Hood della Colombia. Poi ha scoperto che era solo un mostro, che ha compiuto opere di bene usando i soldi di persone fatte uccidere da lui. Ma non è un problema limitato a quelli che vivono fuori dalla Colombia. Ancora oggi in quello Stato la popolazione è divisa, c’è chi lo ama e chi lo odia. Escobar non è stato altro che un dittatore, alla pari di quelli che ancora oggi restano vivi nei ricordi e nei pensieri di tanti giovani e vecchi ignoranti.
Per qualche ospedale costruito, o qualche palude bonificata, molta gente è disposta a dimenticare omicidi ed estorsioni.

Andrea Di Stefano, regista italiano orgoglio del Festival di Roma, e non solo per aver vinto il premio Taodue come migliore opera prima, ha lavorato a questo progetto per cinque anni, e dopo essere riuscito a trovare i produttori adatti (trovati all’estero non perché quelli Italiani non siano bravi, ma per il fatto che non c’è mai a disposizione un grande budget per questo genere di film) è riuscito subito ad ottenere la collaborazione di Benicio del Toro e Josh Hutcherson come attori principali.

E se l’attore a portoricano calza sempre a pennello per questo genere di ruoli, anche per l’incredibile somiglianza fisica nei confronti dei suoi personaggi (come in passato per Che Guevara), il giovane americano, tornato a Roma dopo manco un anno dalla premiere di “Catching Fire”, è stato una piacevole sorpresa.
Il suo personaggio non solo ha molte similitudini con Peeta di Hunger Games, disposto a lottare fino all’ultimo per salvare la vita alla donna amata (qui Claudia Traisac che interpreta Maria, una fittizia nipote di Pablo), ma anche perché i suoi occhi rappresentano un microcosmo: dentro di essi c’è tutta la sofferenza causata dai crimini di Escobar. Un attore molto sincero, che riesce a trasmettere sempre la verità. Almeno questo è ciò che ha affermato con orgoglio Benicio del Toro ai giornalisti del Festival.
Per tornare all’interpretazione di quest’ultimo, il motivo per cui riesce sempre a rappresentare al meglio questi personaggi storici non è solo di somiglianza fisica, ma perché sotto sotto lui si sente un cattivone. Ma di sicuro non ha in comune una cosa con Pablo: non gli piace cantare. Lui canta solo sotto la doccia, ed Elvis Presley, e non Domenico Modugno come piaceva tanto al signore della droga.

Il film si divide tra flash-back più o meno lunghi, in cui sia i personaggi di Escobar che di Nick sono protagonisti quasi in egual misura. Anche se i personaggi che affiancano Escobar sono fittizi, il film rappresenta al meglio una parte di quella storia, soprattutto quella riguardante la spontanea “consegna” di Pablo Escobar alle autorità governative del 1991, grazie al grande lavoro di documentazione di Andrea di Stefano, che come Benicio si augura che prima o poi la Colombia possa finalmente risollevarsi dopo gli anni orribili che ha passato per questa lotta al narcotraffico.

Escobar: Paradise Lost verrà distribuito negli Stati Uniti a partire dal 26 novembre 2014.

Valerio Brandi

 

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