Everyday Rebellion – L’arte di cambiare… il mondo

È possibile cambiare il mondo senza violentarlo? Sì, e noi vi mostreremo come fare facendovi vedere coloro che l’hanno già fatto

La comunicazione come forma di azione efficace e non-violenta – efficace perché non-violenta – è questo l’obiettivo di Everyday Rebellion, il documentario di Arash e Arman Riahi in uscita nelle sale italiane l’11 settembre, che verrà distribuito do Officine Ubu in 15 copie.

Un film sulle tattiche e le strategie di lotto non-violenta più creative ed efficaci degli ultimi cinque anni tra cui ci sono, solo per citarne alcune, Occupy Wall Street, la Primavera Araba, il Movimento spagnolo 15M e le Femen ucraine.

«Questa pellicola è più di una retrospettiva sulle diverse forme di lotta non-violenta afferma Arash Riahi – è una dichiarazione politica sull’efficacia delle battaglie di civiltà affrontate senza l’uso della violenza, è un modo per contribuire a una battaglia che io e mio fratello combattiamo sin da piccoli, fin da quando nostro padre è fu imprigionato per quattro anni in Iran, dopodichè dovemmo emigrare con tutta la famiglia in Austria come rifugiati senza più la possibilità di tornare nel nostro Paese. Né io né mio fratello abbiamo un background da attivisti per cui il nostro obiettivo non è stato quello di fare un film attivista, ma di vivere un’esperienza cinematografica che fosse sia personale sia profonda e che riflettesse il sentimento di una generazione.» E l’azione di protesta non-violenta dei fratelli Riahi non si limita al film, ma consiste in un articolato progetto crossmediale composto, oltre che dal documentario, da una serie di piattaforme – sito web, app per smartphone, ecc. – per la condivisione di contenuti e scambio di informazioni utili sia a sostenere gruppi di protesta non-violenti sia a formarne di nuovi per per aumentare il consenso attorno a questa forma di lotta e accrescere il volume del dissenso portando avanti a livello globale l’unica lotta davvero efficace: quella pacifica.

«Molte persone possono avere l’impressione che la disobbedienza civile sia una cosa da hippy: noi volevamo di-mostrare che non è così. Dietro i movimenti con cui siamo entrati in contatto c’è sempre uno studio, una strategia, delle tattiche. Anzi, il nostro stesso lavoro ha preso le mosse dall’incontro con Srda Popovic fondatore di Otpor!il movimento studentesco che portò alla caduta di Milosevič – e dai laboratori che lui tiene in tutto il mondo su Come fare una protesta non-violenta efficace».

Tra i movimenti nati sulla strada come forma di protesta non-violenta all’impoverimento i fratelli Riahi inseriscono anche le Femen ucraine, riprendendo il racconto su di loro laddove il film di Kitty Green Ukraine is Not a Brothel finisce. A chi gli contesta la scelta di questo “coinvolgimento” Arash Rahi risponde che se l’obiettivo del documentario è quello di diffondere nel mainstreming le più efficaci forme di protesta non-violenta degli ultimi anni, chi se non le Femen hanno rappresentato una delle più incisive e creative forme di protesta non-violenta? «Come tutti gli altri movimenti da noi mostrati anche le Femen partono dai bisogni personali, in questo caso i bisogni di un gruppo di studentesse ucraine nate negli anni ’80 che si erano smarrite nella propria esistenza. Le Femen hanno avuto un tale impatto sull’opinione pubblica di tutto il mondo iperchè hanno usato il corpo come campo di battaglia in una maniera completamente nuova rispetto a quella dei kamikaze e alle altrel forme di protesta fisica: che cosa c’è di più non-violento di un corpo nudo?»

La domanda cruciale a questo punto è: che cos’è la violenza per potersi definire “non-violenti”? La violenza, sostiene il regista e i diversi rappresentanti dei movimenti di protesta è esclusivamente quella fisica, quella esercitata sui corpi e non sulle opinioni. «Oggi più che mai – afferma Inna Shevchenko, una delle fondatrici delle Femen – c’è il pericolo di far passare per “politicamente corretto” un linguaggio che, invece, mira soltanto a mettere sotto silenzio tutto quello che può dare fastidio al potere e che per questo non si vuole sottoporre all’attenzione dell’opinione pubblica. Ormai si usa il politically correct come strumento di repressione della libertà di espressione e non come strumento di rispetto dalla libertà di ciascuno. Per noi la violenza conclude Shevehenko – non è ferire i sentimenti, ma i corpi delle persone.» Per quanto riguarda l’uso del corpo che le Femen fanno per portare avanti la loro protesta la Barbie fighter ucraina aggiunge: «Oggi un corpo di donna nudo non sciocca più: lo vediamo ovunque, è sempre in prima serata, lo troviamo perfino nelle reclame degli yogurt. Ciò che colpisce, e dà fastidio a chi ha il potere, è in realtà l’uso del nostro corpo non per compiacere il pubblico, ma per combattere le ineguaglianze. La nostra è una nudità arrabbiata che aggredisce l’immaginario collettivo che vuole la donna prona al potere, un potere che finora è sempre stato maschile, anche quando a esercitarlo erano e sono le donne. Noi abbiamo cambiato e cerchiamo di cambiare la mentalità diffusa mostrando il nostro corpo non come un oggetto di piacere, ma come un soggetto di battaglia,come strumento politico di lotta femminile. Il vero tabù conclude l’appassionata Femen – non è il nudo femminile, ma la voce femminile che si leva contro i potenti, una voce che grazie a quel corpo noi facciamo sentire in tutto il mondo.»

In occasione dell’uscita del film l’11 settembre Officine Ubu – che distribuisce in Italia la pellicola – ha attivato sul proprio social l’hashtag #iomiribello che invita gli utenti a raccontare i propri gesti di ribellione quotidiana.

Flaminia Chizzola

 

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