Gus Van Sant a Torino per “Icons”

Il regista statunitense a Torino per inaugurare la mostra “Icons” in corso nella Mole Antonelliana fino al 9 gennaio 2017.

Si alza da un tavolo a cui era seduto con alcuni giornalisti-colleghi e direttori di festival e, indossando un maglione al cui scollo teneva appeso degli occhiali, si avvicina al gruppo di giornalisti che lo intervisteranno, salutandoli uno per uno.
Gus Van Sant inizia con il parlare di Citizen Kane il film che gli ha insegnato più di tutti cos’è il cinema: lo vedeva spesso su una tv indipendente di New York nella quale lavorava il suo insegnante di cinema e, essendo low budget, ripetevano spesso gli stessi film, quindi finiva per vedere il film di Wells anche per 5,6 volte a settimana. Nella sua cultura trovano anche spazio i film sperimentali canadesi, a cui si mostra molto legato sempre dal periodo della scuola di cinema, ma avendo studiato in queste istituzioni, sembra essere quasi contrariato al pensiero di essere ora lui a venir studiato dagli allievi nelle film school “non sono un insegnante e quindi non voglio esprimere giudizi”, dice dopo una lunga pausa riflessiva, ma il fatto che qualcuno insegni il suo cinema lo trova quasi strano.
Van Sant ha messo la sua firma d’autore su due capolavori come Elephant e Paranoid Park, decretando un suo personale stile narrativo che si lascia al passato come i suoi personaggi che sono sempre alla disperata ricerca di evadere da una realtà ed ancorarsi a periodi ormai trascorsi: visivamente i suoi film riportano sempre grana (tranne gli ultimi) o colori vintage (vedi Elephant) in netto contrasto con un uso dello slow motion abbastanza moderno, per poi rifarsi sulla colonna sonora inserendo Eliott Smith o Mozart. E cosi come i suoi film, anche il loro autore non smette mai di guardare indietro: nel 1998 dirige il remake di Psycho di Hitchock, da molti preso come una buffonata e una forzatura della Universal su Van Sant, in realtà il film è fortemente voluto dal regista stesso che ha rincorso il progetto per anni rifiutando la proposta di dirigere un sequel, cosa alla quale lui era fortemente contrario e solo dopo aver diretto Will Hunting è potuto partire con Psyhco, essendosi guadagnato il nome di un regista capace di attirare grandi attori nei suoi film.
Terminato il suo periodo definito “commerciale” Gus Van Sant ritorna a parlare degli adolescenti, questa volta però puntando il dito contro la società non più in maniera edulcorata come fece con Will Hunting ma severa, pronta a lasciare un segno e mette in scena alcuni protagonisti della strage al liceo colombiane, tra vittime ed esecutori, tutti sono accumunati dal fatto che non sono capiti dagli adulti e, forse, nemmeno dai loro stessi coetanei. Con Elephant e Paranoid Park, Van Sant ci mostra gli intimi e fugaci sguardi tra studenti nei corridoi, quasi volesse indagare sulla vita privata di ognuno di loro dilatando il tempo, ma poi tutto ritorna frenetico come prima. Ci mostra le debolezze delle ragazze oggetto di desiderio di tutti i maschi della scuola che si rinchiudono in bagno a vomitare il pranzo per mantenere la linea, e di un ragazzo che, dopo aver ucciso accidentalmente una guardia, avvia un indagine su se stesso. Van Sant probabilmente vuole parlare di se stesso attraverso un meraviglioso uso di una poetica estremamente personale che racchiude un’indagine antropologica mostrata con l’uso di una potente sperimentazione visiva, che tra colori vintage, pellicole fredde e focali che difficilmente vanno oltre il 50, accompagna i personaggi nel loro viaggio.
Van Sant conclude annunciando che ormai anche lui si sta interessando a nuovi progetti da sviluppare, come le serie tv, dato che oggi molti produttori non lasciano più il dovuto spazio ad un adeguato sviluppo drammaturgico.

Alessandro Bertoncini

 

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