Il pane a vita: intervista a Stefano Collizzolli

Stefano collizzolli Cinefarm

Il pane a vita, documentario di Stefano Collizzolli che racconta la vicenda avvenuta agli ex lavoratori del cotonificio Honegger di Albino, in seguito alla chiusura della fabbrica nell’ottobre 2012, dopo 123 anni. Uno di quei posti in cui il lavoro si tramandava di madre in figlia e le neoassunte avevano la certezza di aver trovato “ol pà ‘n véta”, il pane a vita.
stefano_collizzolliNato per caso, come ci racconta lo stesso regista, durante una ricerca frutto della collaborazione di Zalab (produttrice del documentario) con Caritas bergamasca, Il pane a vita segue le vicende di tre operaie in cassa integrazione, raccontando il vuoto lasciato dal crollo di un modello di lavoro. Una storia che parte dal racconto di una realtà, ma che rispecchia l’intera situazione italiana, di un’Italia che deve ritrovare un modello di sviluppo consono.
Il documentario, che ha da poco terminato un primo tour in diverse zone d’Italia, ha cominciato il 2 aprile il percorso di distribuzione ufficiale.
Noi di CineFarm, abbiamo voluto fare alcune domande a Stefano Collizzolli.

Stefano, quando e come nasce Il pane a vita?
S. C.
Il progetto nasce a giugno del 2012 da un incontro tra Zalab e Caritas bergamasca, da una necessità di Caritas di raccontare del fondo di sostegno ai lavoratori nato come emergenziale e diventato poi strutturale.
Il pane a vita testi bozza defDa questa esperienza è nata la volontà di raccontare qualcosa di diverso, quindi chi è nato e cresciuto con una concezione di lavoro sicuro, molto diffusa nel territorio bergamasco, e all’improvviso si è ritrovato a perdere questa certezza.
Abbiamo deciso di cercare una storia che potesse raccontare questo. Abbiamo fatto un percorso d’incontri, interviste, abbiamo conosciuto diverse persone, uomini e donne.
Ci siamo trovati per caso davanti al presidio degli ex lavoratori del cotonificio Honegger e, quindi, con questa storia che stava avvenendo.
Persone che, in quel momento, credevano ancora che la fabbrica potesse riaprire, gente che ancora aveva speranza e che invece si è ritrovata senza lavoro.

Il titolo deriva dall’idea di “pane a vita”, lavoro sicuro, che ormai sta andando scomparendo. Più un dovere o una necessità raccontare una realtà come questa?
S.C. “Il pane a vita” è un concetto molto sentito e quasi automatico nel territorio bergamasco, il titolo deriva da questo.
Riguardo al raccontare una realtà come questa, non lo vedo come un dovere, ma più come una necessità: parlare della crisi.
Se ne parla da anni, ma qui abbiamo voluto raccontare davvero una storia.
La mia personale esperienza è stata quella di scoprire questa realtà, per la quale il posto di lavoro è a vita, una realtà fatta di grande lealtà verso il datore di lavoro. È questo che oggi sta cambiando.
Quindi, la necessità è quella di dire che questa non è una crisi come le altre, ma una vera e propria trasformazione che non stiamo affrontando con lucidità.

ilpaneavitaCome regista, cosa significa dirigere persone vere, che stanno vivendo davvero quel disagio, quel problema?
S.C. Posso dare solo una risposta parziale perché non ho esperienza di fiction, di attori.
Questo, è un percorso di grande fiducia, di grande complicità. Ho sempre lavorato con persone che avessero una forte necessità di raccontarsi.
In genere, come nel mio film precedente I nostri anni migliori, diretto insieme a Matteo Calore, ho riscontrato un interesse, una spinta a raccontare qualcosa da parte delle persone che incontravamo.
In questo caso è stato difficile, perché il sentimento più profondo radicato in quella realtà e legato alla perdita del lavoro era il senso di vergogna, quasi di colpa. Quindi non c’era un’urgenza di voler raccontare.
È stato un gesto di grande fiducia soprattutto da parte di Lara, Liliana e Giovanna, ma anche di tutti gli altri, di farmi entrare in questa intimità e di raccontare insieme questa realtà.
È stato per loro un percorso quasi terapeutico che ha avuto una sua controprova solo nella proiezione, fino ad allora è stata fiducia.
È un percorso che nella regia documentaria è centrale, la fiducia, evitando però di dare un eccessivo controllo ai personaggi.

locandina_ilpaneavitaQuali sono le difficoltà che hai incontrato durante la realizzazione di questo lavoro?
S.C. La principale, come ho detto prima, quella di convincere queste persone a raccontarsi, a darmi fiducia. L’altra è stata fare buon uso di questa fiducia.
Ho raccolto moltissima disperazione e ho cercato di renderla in modo da riuscire a coinvolgere lo spettatore all’interno della storia. Poi, era importante mantenere anche nel montaggio questa tensione. Io sono un montatore, ma mi ha aiutato molto, per la prima volta, avere al fianco una montatrice, Marzia Mete, che mi aiutasse a mantenere questo equilibrio difficile, a mantenere l’emozione.

È da poco finito Il pane a vita tour e lo scorso 2 aprile è iniziata ufficialmente la distribuzione del documentario, cosa ti aspetti?
S.C.
Il pane a vita è una storia molto bergamasca, quindi intanto sono molto curioso di vedere come sarà accolto all’estero.
Il tour è andato molto bene. C’era chi s’identificava di più, chi lo vedeva più con distacco, ma ci sono stati momenti emozionanti dove alcune persone hanno voluto raccontare la loro storia personale.
La funzione è stata quella di rendere collettivo un dolore che se personale non passa. Questo è quello che mi aspetto.
Quello che spero è di raccogliere punti di vista, non solo sul fatto che siamo in crisi, ma anche idee su come superare la crisi e su come cambiare modelli di sviluppo.

Riguardo a prossimi lavori, cosa ci dici? Stai già lavorando allo sviluppo di un nuovo film?
S.C.
È una cosa che ancora non ho raccontato, comunque sì, sto lavorando su nuovi lavori e per il momento sto restando lì, sempre nel bergamasco.
Sto proseguendo sul progetto di racconto con Caritas e Fondazione Bernareggi e sto montando una storia breve su Cividini, una fabbrica maschile bergamasca, che è stata poi acquistata dal gruppo RDB di Piacenza.

Ringraziamo Stefano Collizzolli, augurandogli un grosso in bocca al lupo per Il pane a vita e per i suoi prossimi lavori.

Rita Russo

 

1 Comment

  1. Pingback: La “scuola possibile” di fuoriClasse | CineFarm Magazine

You must be logged in to post a comment Login

Leave a Reply