Il ponte delle spie: la guerra fredda raccontata da Spielberg

Recensione dell’ultimo film del regista di Jurassic Park, che nell’ultimo periodo ha scelto la strada dei film biografici, risultando ugualmente appassionante e convincente

Dopo War Horse e Lincoln, Steven Spielberg torna al cinema con un altro film drammatico incentrato su questioni belliche, e anche se molti vorrebbero vedere il padre di ET e di Jurassic Park tornare a fare la grande fantascienza, questo genere è comunque di alto livello, e Il ponte delle spie è l’ennesima conferma del caso.

Aprile 1957. A New York viene catturato Rudolf Abel, un uomo che si rivela essere una spia dell’URSS, ed è pronto ad essere processato.
Ma chi difenderà un uomo così odiato dagli Americani? Per quest’ultimi, la Costituzione, almeno sulla carta, è sacra, quindi anche un Bolscevico ha diritto ad una difesa.
Così a sostenere l’arduo compito è chiamato James B. Donovan, un uomo onesto, forse troppo onesto per l’America.
Il suo Paese non solo ha messo in pericolo la vita sua e della sua famiglia attirando su di essi le ire del popolo, ma gli impedisce di fare il suo lavoro.
Perché questo processo è in realtà una farsa, serve a dimostrare al mondo intero che in America c’è la vera Democrazia, peccato che la sentenza di Abel è già scritta.
Ma gli Stati Uniti non hanno fatto i conti con l’integrità e la saggezza di Donovan, che riesce ad evitare la pena di morte per il suo assistito, anche perché è uno che guarda lontano.
Se un giorno fosse un Americano ad essere catturato dai Russi, perché non servirsi di Abel per uno scambio?
Infatti nel 1960 il pilota-spia Francis Gary Powers viene abbattuto con il suo U-2 e condannato in Unione Sovietica.
Donovan ormai si trova in ballo, e decide di prendere parte anche alle trattative di scambio delle due spie, che vedono coinvolte anche un terzo e sfortunato incomodo, lo studente americano Frederic Pryor.
Per chi non conoscesse l’esito della vicenda (e non c’è nulla di male, questa storia non è una di quelle che leggi nei libri di storia alla scuola dell’obbligo), la domanda è sempre la stessa: come finirà?

Come accennato all’inizio, Spielberg continua a convincere con questo nuovo filone di storie vere e drammatiche, soprattutto per la scelta dei suoi interpreti.
Scontato ma doveroso ripetere quanto sia ancora una volta bravo Tom Hanks, un attore che risulta eccezionale in tanti ruoli diversi, sia se la guerra la vince sul campo (Salvate il soldato Ryan) o da dietro una scrivania.

Il suo compagno di merende è stavolta Mark Rylance, bravissimo nel ruolo di Rudolf Abel, un personaggio tutto d’un pezzo come Donovan, anche se molto più freddo, cinico e distaccato, come un vero Russo.
Tutto questo dura 141 minuti. A primo impatto possono sembrare tanti, ma non con Spielberg, che riesce a farli passare velocemente grazie alla sua regia, che unisce il meglio della narrazione a delle precise ambientazioni storiche di un periodo non troppo lontano, il mondo bipolare che potrebbe sempre ripresentarsi, con vecchi e nuovi protagonisti in azione.

Il ponte delle spie è presente nelle migliori sale Italiane da giovedì 3 dicembre.

Valerio Brandi

 

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