“Il sale della terra” e la folle storia del genere umano

L’imponente biografia del celebre fotografo Sebastião Salgado, privilegiato “testimone della specie umana”, raccontata nel documentario diretto da suo figlio e da Wim Wenders

Il sale della terra è il documentario, diretto da Wim Wenders e da Juliano Ribeiro Salgado, che racconta la vita e il percorso professionale del celebre fotografo brasiliano Sebastião Salgado. La pellicola, coprodotta con merito dall’italiana Solares Fondazione delle Arti, è arrivata nelle nostre sale cinematografiche dopo essere stata presentata durante l’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma.

Sebastião Salgado non sembrava destinato a diventare un fotografo. Nato in Brasile nel 1944, dopo la laurea in economia sceglie di lasciare il suo paese d’origine per trasferirsi in Europa. Il primo incontro con la fotografia avviene quasi per caso a Parigi, grazie ad una macchinetta acquistata dalla moglie Lélia Wanick per fotografare gli edifici della capitale francese. Il suo lavoro di economista lo conduce successivamente a Londra, e di qui spesso in Africa, dove viene inviato per conto dell’Organizzazione Internazionale del Caffè. É in questo continente che Sebastião scopre di ottenere una maggiore soddisfazione nel documentare la realtà scattando fotografie, piuttosto che scrivendo relazioni. La scelta di abbandonare una carriera avviata come economista per dedicarsi completamente a quella di fotografo avviene nel 1973. Grazie al sostegno di sua moglie Salgado torna a Parigi e inizia a collaborare con alcune tra le più note agenzie fotografiche, tra cui la Magnum. Nel 1994 fonda insieme a Lélia, da cui nel frattempo ha anche avuto 2 figli (Juliano e Rodrigo, affetto dalla sindrome di Down) l’agenzia “Amazonas Images”, dedicata esclusivamente alla sua attività di fotografo.

Nel documentario di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (che ha avuto il privilegio di accompagnare il padre in alcuni dei suoi lunghi viaggi per filmarne il lavoro), Sebastião Salgado viene definito un “testimone della specie umana”. Negli anni 80 i suoi scatti ci portano tra i contadini dell’America latina (protagonisti della pubblicazione “Other Americas”, del 1986) e nelle regioni del Sahel devastate dalla siccità (“Sahel: Man in Distress”, risalente allo stesso anno). Il suo lavoro di fotografo tra il 1986 e il 1992 lo conduce in giro per il mondo, a documentare gli ultimi baluardi del lavoro manuale (celebri le sue foto dei pompieri statunitensi impegnati nello spegnimento dei pozzi di petrolio in Kuwait durante la guerra del Golfo, o quelle del “formicaio umano” dei minatori della Serra Pelada in Brasile, incluse nella monumentale opera “Workers: An Archaeology of the Industrial Age”, del 1993). Successivamente Salgado intraprende un viaggio di circa 6 anni in Africa, America, Europa e Asia, allo scopo di documentare il fenomeno degli esodi di massa causati da guerra, disastri naturali e carestie (“Migrations”, del 2000). Questa esperienza lo segnerà profondamente a livello umano, come testimoniano le foto scattate in questo periodo della sua vita: immagini cruente, da cui è difficile riuscire a non distogliere lo sguardo, e in cui sofferenza e morte appaiono in tutta la loro brutalità e assurdità.

“Siamo animali molto feroci, siamo animali terribili noi umani” afferma Salgado di ritorno dal suo ultimo viaggio in Ruanda, ormai certo che non possa esserci salvezza per il genere umano. Nei suoi viaggi ha sperimentato infatti troppe volte come l’uomo possa essere causa di dolore e morte per i propri simili senza mostrare alcun rimorso per l’atrocità delle sue azioni, e come la politica possa dimostrarsi totalmente indifferente e impotente di fronte alle disperate richieste d’aiuto dei popoli. La risposta su come si sia potuto assurdamente arrivare a questo punto viene fornita in maniera indiretta all’inizio del film, quando Salgado commenta il lavoro delle migliaia di persone che si arrampicano sui fronti di una miniera a cielo aperto in Serra Pelada (Brasile). Non ci sono schiavi tra gli uomini che scendono fino a quasi un centinaio di metri di profondità, per risalire portando con sé un sacco pieno di terra. Quelle persone si sottopongono volontariamente a un lavoro massacrante solo perché sanno che se riusciranno a contribuire al ritrovamento di un filone, avranno la possibilità di scegliere un sacco di terra tra quelli provenienti da quella fortunata zona della miniera. Quel sacco potrebbe contenere il tanto agognato oro o essere solo pieno di terra, ma tanto basta per ridurre quelle persone a schiavi, rendendoli disposti a entrare a far parte di un “formicaio umano” dominato dalla follia e dalla violenza. È l’avidità uno dei mali che trascina gli uomini al livello delle bestie, mettendoli gli uni contro gli altri e devastandone le coscienze.

Quando Salgado torna a casa in preda a una forte depressione, sua moglie cerca di motivarlo proponendogli di ripiantare la foresta presente nella fazenda paterna, un vasto terreno rivestito da florida vegetazione ai tempi della sua infanzia, ma ormai ridotto a terra bruciata. Il progetto di riforestazione assume ben presto delle dimensioni imponenti: a partire dalla fine degli anni 90 ad oggi la famiglia Salgado ha piantato in Brasile circa 2 milioni e mezzo di alberi, riuscendo a ripristinare una parte della foresta atlantica e fondando nel 1998 l’organizzazione ambientale “Instituto Terra”.

A livello professionale Sebastião intraprende invece il suo ultimo monumentale progetto, “Genesis”, che lo conduce in giro per il mondo per altri 8 anni. Il suo obiettivo questa volta è immortalare la bellezza di quella natura incontaminata che la mano dell’uomo non è ancora riuscita a distruggere. Nelle sue foto è possibile ammirare splendide immagini del nostro pianeta e delle specie animali che vi abitano sin da tempi remotissimi, come le tartarughe delle Galapagos o i pinguini dell’Antartide. Salgado va anche alla scoperta di quelle popolazioni che vivono ancora in condizioni di quasi completo isolamento (come i Nenet della Siberia o gli Zoé del Brasile), trovando in esse quell’equilibrio e quell’armonia spesso non presente nelle società più evolute. Le sue foto ci riportano all’alba della civiltà, alle origini della creazione, in un tempo remoto in cui l’uomo, pur vivendo nell’assoluta precarietà della condizione naturale della sua specie, non aveva ancora inscindibilmente legato il suo destino al “contenuto di un sacco pieno di terra”.

Luisa Tumino

 

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