Into the Inferno: la nostra recensione

Il documentario di Werner Herzog è un viaggio nel mondo dei vulcani, dall’Australia all’Indonesia, dalla Corea del Nord all’Islanda.

A scuola gli insegnanti ci mostravano le foto o i video delle eruzioni vulcaniche, su National Geographic o Histroy Channel si possono trovare diversi documentari sull’argomento, tutti con il baricentro sulla spettacolarità del piano scientifico. Ad oggi ci sono due autori che hanno definito il modo di fare il documentario: Wiseman che lascia sia la macchina da presa a narrare il rapporto tra gli umani andando a compiere un’analisi induttiva della società e del relativo  momento storico ed Herzog che, volendo raccontare la natura ed il suo rapporto con gli esseri viventi, si mette invece in prima linea per fare da medium tra il suo pubblico e questo mondo immenso ed alieno che ci racconta.
All’età di 74 anni, Herzog realizza, in stecca a Lo & Behold, un’opera che usa l’enorme fenomeno della natura come pretesto per compiere un’analisi antropologica e sociopolitica del mondo odierno. Con l’avanzare dell’età l’autore tedesco si fa sempre più misantropo e si dedica alla ricerca di quello che potrà essere il mondo di domani, basandosi sulla storia passata del genere umano. Vuole capire cosa ne sarà di un pianeta che lui tanto ama in maniera maniacale e quindi setaccia il rapporto uomo-natura spostando l’attenzione dall’esterno del vulcano al suo interno più profondo. Si relaziona con tribù indigene che assegnano ai vulcani funzioni mitologiche: la lava è il diavolo ed intorno vivono gli spiriti dei morti che dialogano con gli abitanti del villaggio che riservano questa opportunità a loro stessi affermando che sono gli unici con cui gli spiriti vogliono parlare; altri credono che il vulcano sia il medium dello spirito di un soldato americano che nella seconda guerra mondiale lasciò il villaggio dopo una breve sosta e promise di ritornare con beni di consumo, mentre in Corea del Nord il rilievo montuoso venne usato dai Generalissimi a scopo propagandistico, ed è qui che il film di Herzog sprigiona la sua forza. Ad un certo punto ci si dimentica “dell’inferno” e la visione del filmmaker va oltre, trovando addirittura il tempo per fare satira politica e catturando la soldatessa nordcoreana che con fierezza  mostra i monumenti patriottici raffiguranti soldati e generali che osservano con venerazione il vulcano, virando in maniera incredibile la cinematography documentaristica verso quella del mocumentray satirico fino ad arrivare addirittura a toni soprannaturali. Ma tutto ciò ci viene fatto vedere con un occhio che compatisce l’uomo e ci ricorda quello che noi  abbiamo sempre fatto: sfruttare la natura per scopi politici o per scopi religiosi. Herzog ci vede come una razza a rischio di estinzione e ci lascia ricordandoci quanto siamo insulsi e, attraverso la sua filmografia, responsabilizza anche se stesso come parte del problema.

Alessandro Bertoncini

 

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