Le dernier coup de marteau: recensione dell’opera seconda di Delaporte

Tratteggia delicatamente una realtà intensa, senza mai appesantirla, il secondo lungometraggio di Alix Delaporte.

Dopo l’ottimo esordio con Angèle e Tony presentato alla Settimana della Critica della Mostra di Venezia nel 2010, Alix Delaport replica con un’opera altrettanto interessante nel 2014, partecipando ancora una volta alla 71esima edizione del festival veneziano e confermandosi un’autrice notevole, capace di trattare temi carichi e pregnanti, evocandone i vissuti senza mai rappresentarli esplicitamente, fluttuandoci intorno in maniera tanto delicata, quanto vitale e agitata, ma senza mai appesantirli o renderli melodrammatici, addirittura quasi senza che siano palesati.
Così i fatti, così gli stati d’animo, di personaggi che si ritrovano a vivere degli eventi di vita fondamentali, una malattia incurabile, l’abbandono di un padre, una perdita imminente, la scoperta di avere un figlio, senza agire alcuna manifestazione emotiva eclatante, ma dei quali percepiamo i vissuti profondi, con i quali l’autrice ci rende in grado di empatizzare, di percepirne l’essenza, senza che ci sia la necessità di raccontarci per filo e per segno ciò che accade, né di mettere in scena le loro reazioni.
L’opera riesce a comunicarci tali aspetti attraverso l’atmosfera che crea, gli sguardi, i movimenti inquieti, le luci, delle frasi isolate. Tutti elementi più che sufficienti a trasmettere quello che basta. E a renderlo virtuoso.
Per esempio, siamo partecipi della realtà affettiva conflittuale e dolorosa di un adolescente, con ognuno dei due genitori, quelli che dovrebbero essere i suoi punti di riferimento, i suoi pilastri, quelli che dovrebbero proteggerlo e tenerlo al sicuro mentre cresce.
Un ragazzo che senza parlare quasi mai, ci fa percepire distintamente tutti i suoi vissuti, la testardaggine con la quale insegue le attenzioni di un padre che non lo conosce e quindi non lo vede, non lo vuole, lo ignora. Vederlo perseverare nel cercare vicinanza, adattarsi a qualunque distanza gli venga imposta pur di mantenere lo stato di relazione, accontentarsene, addirittura gioirne, nonostante questo comporti una serie di rifiuti e umiliazioni cui conseguirà sempre un non sentirsi mai abbastanza.
Vedere che quella perseveranza alla fine trova la forza di accendere qualcosa, qualcosa che si manifesta nell unico linguaggio possibile per colmare quella distanza, qualcosa che passa attraverso la pancia, che si sente senza spiegare, la musica.
O vedere attraverso i suoi occhi spaventati ma fieri, il terrore costante di perdere l’unico punto fermo che ha, di vedere una madre che se ne sta andando, che sta cedendo a una malattia che la porterà via, che prepara un mondo in cui lei non ci sarà e lui sarà solo, come se fosse routine.
Avvertirne la paura, rabbia, tutta l’impotenza, distinguerne ogni sfumatura senza che vi siano mai manifestazioni eclatanti o narrazioni esplicite.
E in tutto questo, vederlo avere la forza di insegnare a parlare francese a un amichetto sudamericano.
E costatare come i bambini, nella loro spontaneità, assenza di difese e sovrastrutture, siano in grado di arrivare a spostare le montagne.

Buona la prova dei due attori che interpretano i genitori, Clotilde Hesme e Gregory Gadbois, gli stessi che Alix Delaport ha già utlizzato nel suo primo film, mentre è un esordiente il giovane Romain Paul, che interpreta il protagonista Victor, e che offre una performance di tutto rispetto.
Particolarmente apprezzabile anche la fotografia, che restituisce adeguatamente l’atmosfera e le tonalità umorali che permeano l’opera.
Pregevole colonna sonora, in sintonia con le variazioni di tensione.
Insomma Le dernier coup de marteau rappresenta un bell’esempio di tratteggio delicato che convive con colori intensi e luminosi, un contrasto pregevole che regala allo spettatore una visione toccante.

 

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