Linguaggi differenti

recensione cinefarm

Ci sono cose che vorremmo vedere, ma che non potremo mai vedere; ci sono cose che ci piacerebbe davvero tanto vedere, ma nella realtà capitano così di rado; e poi ci sono cose che non vorremmo vedere e facciamo di tutto pur di non vederle anche se ce le abbiamo davanti: il cinema nasce per mostrarci tutto questo, per lasciarci a occhi aperti e per aprirci gli occhi, perché da una parte siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e dall’altra la parte più pesante di noi non sono le ossa, ma le palpebre che teniamo chiuse perché molto spesso per andare avanti è più comodo tenere gli occhi chiusi che spalancarli.

L’edizione di quest’anno del Festival delle Scienze – tenutosi a Roma dal 23 al 26 gennaio – ha avuto come tema I Linguaggi e all’interno del Festival è stata proposta una curata e accurata rassegna di proiezioni – un documentario, un cortometraggio e due lungometraggi – ciascuna delle quali aveva come oggetto una specifica forma di linguaggio: quello dei segni parlato dai sordi, quello per immagini proprio degli autistici, quello al limite del non-verbale con cui comunicano i malati di Alzheimer, nello stadio più avanzato della malattia. Un Festival delle Scienze che si concentra sui linguaggi chiede a un − o forse al − linguaggio universale, quello cinematografico, di mostrare ciò che non basta dimostrare: delle differenze di comunicazione che ci impediscono di comunicare gli uni con gli altri, ma che molto più spesso impediscono agli altri di comunicare, e non con noi, ma in generale. Ciascuna pellicola affrontava un linguaggio diverso proprio di un mondo diverso in una maniera diversa, e questo è stato sicuramente un aspetto positivo di questa rassegna.

bambini

Segna con me – il documentario di Chiara Tarfano e Silvia Bencivelli sulla LIS, la lingua italiana dei segni − racchiude nei suoi 50 minuti la poesia delle immagini e la sfacciataggine ficcante e ironica delle parole e della voce dei suoi protagonisti, i sordi. Temple Grandin. Una donna straordinaria − il film di Mick Jackson con Clare Danes – su Temple Grandin, appunto, questa donna incredibile che è stata capace di trasformare il proprio autismo, da un difetto in un di più “Different, not less. Difference is a gift”. E, infine, Il sorriso di Candida – il cortometraggio di Angelo Caruso – un piccolo affresco di una famiglia con una madre affetta da Alzheimer.Ora, se le forme delle pellicole sono differenti – documentario, cortometraggio, lungometraggio – anche le reazioni del pubblico sono differenti – risate e meraviglia per Segna con me; commozione e riflessione per Temple Grandin; non pervenute per Il sorriso di Candida…

Sì, benchè possa sembrare netto e duro questo mio giudizio, quello dei due prodotti nostrani che “si distingueva” per avere alle proprie spalle il CNR, un cast d’eccezione, la Lazio Film Commission e un numero considerevole di patrocinii è stato un lavoro che nulla ha aggiunto a quello che un italiano medio già sa sull’Alzheimer – e questo non vuol dire che un italiano medio sappia tanto. In un caso, Segna con me, abbiamo un documentario autoprodotto attraverso il crowdfunding che cerca ancora un distributore e che parla di sé solo attraverso sé stesso, attraverso le immagini proiettate sullo schermo; nell’altro caso, Il sorriso di Candida, abbiamo un corto di 16 minuti, che il regista, Angelo Caruso con la sua “anemica autostima” definisce un film, un corto che non ha avuto alcun problema di produzione né di distribuzione, ma che per parlare al pubblico ha dovuto far parlare attori, regista e invitati speciali…Sì, questo corto ha voluto distinguersi ponendo in atto un’abitudine italica: terminati i 16 minuti di film è iniziato il Rito dell’Autocelebrazione composto da: Cerimonia degli Applausi, Dedica dell’Interpretazione, Microfono ai Bambini-Attori e, infine, Foto di Gruppo.

Non tutto il male viene per nuocere, però, perché è così emersa una importante differenza di comunicazione che esiste nel circuito cinematografico – come in tutti i circuiti − la differenza tra chi ha e chi non ha, tra chi si mette in mostra e chi mostra. Ora, visto che i primi non avranno mai problemi di visibilità perché forse certi linguaggi non cambieranno mai, per i secondi, per quelli che vogliono mostrare ciò che può far paura, che non è rassicurante, come la voce di un sordo o i gesti convulsi di un autistico − o la memoria di un malato di Alzheimer se la si vuol raccontare davvero – per i secondi c’è un linguaggio differente che è quello del passaparola, del crowdfunding, del mostrare agli altri ciò che ci ha colpito perché il cinema, il vero cinema non affondi sotto il nulla.

Flaminia Chizzola

 

 

You must be logged in to post a comment Login

Leave a Reply