Lutto e passione, messi in scena in Les chateaux de sable

Tutto nelle interpretazioni, il valore della seconda opera di Olivier Jahan.

Non è certo una trama particolarmente originale, quella del secondo lungometraggio di Olivier Jahan, Les chateux de sable, che dopo quindici anni dal suo esordio, con Faites come si j’etais pas là, sceglie, per interpretare i suoi protagonisti, gli stessi due attori e si affida alla sceneggiatura scritta da Diasteme, autore nello stesso anno del controverso e discusso film Un francais.
Il regista si cimenta questa volta, nella messa in scena del racconto di una ex-coppia che si riunisce per trascorrere insieme un weekend, probabilmente l’ultimo, in occasione della vendita della casa, dopo la morte del padre di lei; situazione che in quei pochi giorni vede riemergere sentimenti e conflitti rimasti in sospeso.

Niente di nuovo quindi, un soggetto abbastanza sfruttato, ma vi sono diversi aspetti che rendono questo lavoro, una visione sufficientemente piacevole e non priva di phatos.
Si può dire che si tratti di un film soprattutto visivo, fatto in gran parte delle interpretazioni e dei volti dei suoi personaggi, che probabilmente compensano l’esigua originalità del soggetto, costituendone la maggior la maggior virtù; tutti e tre, oltre che decisamente attraenti, sono particolarmente incisivi nell’esprimere i vissuti e le situazioni che raccontano.
In particolare, è magnetico e capace di catalizzare l’attenzione anche soltanto nel suo aspetto, il viso di Emma de Caunes, caratteristica che rende il suo personaggio piuttosto intenso, ma altrettanto solidi Yannick Renier e Jeanne Rosa, nei ruoli dell’ex-fidanzato e dell’agente immobiliare che aiuta i due a vendere la casa.
Si incrociano e si sovrappongono, mantenendo sempre viva una certa tensione emotiva, il tema del lutto di un padre, talmente presente da fare ombra su qualsiasi uomo abbia potuto ardire a dimostrarsene all’altezza, amando talmente tanto la figlia da renderla viziata di attenzioni, e incapace di dare altrettanto, e quello della relazione mai finita tra due persone che si sono amate.
Entrambi gli attori che interpretano la coppia, sono piuttosto efficaci nel rendere tangibile la presenza di un legame che, nonostante la separazione avvenuta, il tempo trascorso, la nuova relazione di lui, non è mai morto.
Le ferite mai rimarginate di un tradimento, il ricordo di una infelicità che lo ha prodotto, non sono stati sufficienti a sopire la passione e il sentimento che li ha uniti, che insieme un’attrazione fisica profonda e intensa, sempre palpabile, esitano nel raccogliere tutto lo slancio, fatto di affetto e calore, ma anche di risentimento, rabbia, dolore, per entrambi, convertendo tanti vissuti anche contrapposti in un unico flusso inarrestabile che non può far altro che dar sfogo a quello che è.
Parallelamente a queste vicissitudini, si sviluppa un terzo personaggio, che probabilmente avrebbe potuto essere sviluppato meglio e maggiormente, ma che è sufficientemente vitale e affascinante da aggiungere carisma alla narrazione, rendendola meno banale e prevedibile.

Vi sono invece due elementi decisamente superflui e a tratti, addirittura disturbanti, costituiti da una voce fuori campo, la cui identità viene rivelata soltanto alla fine, che descrive inutilmente le situazioni narrate, e da una sorta di rievocazione del padre della protagonista, che compare in diverse scene, senza apportare alcuna qualità al prodotto.,
Buona invece la fotografia, diretta da Fabien Benzaquen, che ritrae discretamente, ma carpendone il fascino, la Bretagna e le sue sfumature.

Roberta Girau

 

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