Nessuno è normale se visto da vicino

Il 31 marzo 2015 chiudono gli OPG ripercorriamo con Il viaggio di Marco Cavallo un viaggio verso la civiltà

Il 31 marzo 2015 è stato un grande giorno: in Italia hanno chiuso gli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG), finalmente è quindi caduta quella menzogna dietro cui una società intera si parava dicendo che i matti autori di un reato “noi non li rinchiudiamo, noi li curiamo.” Sì, lì curiamo in ospedali con le porte e finestre sbarrate, dove cura e clausura si sono combinate in una miscela letale. Parlando con una persona di cultura di questo fatto epocale e dell’opportunità di dare in risalto a questa notizia la persona di cultura lui mi ha detto: “I matti non hanno appeal.”. E’ vero, ho pensato. Nessuno sceglie la carta del matto perché ha attrattiva, ma solo perché è comoda, è un jolly, è un voucher con cui saldare e far tornare ogni conto. Con un matto, con un “malato di mente” non devi lambiccarti per trovare altre spiegazioni perché nella follia c’è la causa e l’effetto di ogni cosa. Perché un tizio decide di schiantarsi con un aereo assieme ad altre 149 persone? Perché è malato di mente, punto. Con una sola mossa la follia spiega ogni azione proprio perché è qualcosa che non sembra spiegabile. E poi la follia ha anche questo di bello: ci fa sentire sani, ci permette di provare sentimenti “buoni” per questi altri poveri matti “poveretti, non è colpa loro”, e dopo che ci siamo puliti la coscienza con la lavanda gastrica della pietà, della comprensione, delle belle parole possiamo tornare a essere noi stessi, normali nella norma media mediocre del nostro esistere. La persona di cultura ha detto: “I matti non hanno appeal” allora io ho pensato alla parola “cultura” che viene da coltivare, ossia seminare e con pazienza e cura far crescere un germoglio. È in quella cura che la cultura si oppone alla natura che con un colpo di vento o con l’assenza di pioggia o con la grandine potrebbe uccidere quel germoglio. La cultura, quella vera, se ne infischia dell’appeal. Se no non è cultura ma culto di ciò che c’è, culto per ciò che su un terreno di anime più o meno aride attecchisce senz’alcuno sforzo, senz’alcuna cura. Io credo che il cinema sia cultura e per questo vi invito a vedere un documenatario: Il viaggio di Marco Cavallo, un seme di cultura.

C’era una volta a Trieste un cavallo da circo che il padrone aveva deciso di abbattere perché ormai vecchio e inutile. Un matto del manicomio di Trieste – perché allora c’erano ancora i manicomi – venne a sapere di questo cavallo e scrisse una lettera al direttore del manicomio: “Caro direttore, da anni lavoro in un circo. Ho visto tanti miei colleghi andare via quand’era giunto il loro momento. Ora a quanto pare tocca a me. Sono vecchio, è vero, ma la pensione dove mi mandano non si chiama ospizio, bensì mattatoio. Sì, non posso più stare in piedi su due zampe o trottare con in groppa quattro acrobati, ma so fare tante piccole cose: posso trasportare carichi leggeri, se c’è bisogno anche una persona, ora che sono vecchio posso essere un cavallo normale come tanti. Per questo la prego, direttore, di prendermi con sé, nel suo manicomio. Firmato: Marco Cavallo.” E così Marco Cavallo, il vecchio cavallo del circo, divenne il cavallo dei matti e quando morì loro gli fecero una statua azzurra come il cielo. Il cielo che per quanto lo guardi non riesci a scovarne i confini. Quando a Trieste venne il giorno della festa si decise di far sfilare Marco Cavallo per le vie della città, ma… il cavallo non passava per le porte del manicomio. Che si fa? Si rinuncia alla festa? Si rinuncia al cavallo? Franco Basaglia – che allora dirigeva il manicomio – ha un’idea. Nelle mura del manicomio si apre una breccia: è Marco Cavallo che ha aperto il varco. Il cavallo azzurro fatto di legno e cartapesta entra nella città, e dietro di lui i matti entrano nella città. Un cavallo di Troia al contrario che porta nella città un fuoco che non brucia, ma accende, illumina: i “normali” vedono che l’unica cosa che li separa dai matti è un muro di cinta. Marco Cavallo apre un varco verso la libertà degli uni e degli altri perché solo liberi si può essere umani e solo insieme si può essere uomini.

Il viaggio di Marco Cavallo riprende quei primi passi del cavallo azzurro e ne segue gli ultimi, perché nel 2014 Peppe Dell’Acqua – considerato l’erede di Basaglia – ha ripreso quel cavallo, quel viaggio e l’ha ampliato, portando Marco Cavallo in giro non solo per Trieste, ma per tutto il Paese: nelle piazze, nelle scuole, negli OPG stessi, perché il muro di cinta non è stato ancora del tutto abbattuto, perché finchè ci saranno degli ospedali con le sbarre, il cielo che noi tutti guardiamo avrà gli stessi confini, le stesse barriere che ha il nostro sguardo. Il documentario di Erika Rossi e Giovanni Tedeschi selezionato al Torino Film Festival 2014 segue questo viaggio e il suo ”eroe”: Peppe Dell’Acqua. Lo vediamo in macchina, nella piazze, ai convegni, negli OPG – di cui ci vengono mostrate le terribili condizioni. Vediamo Dell’Acqua parlare con i ragazzi, con i colleghi psichiatri, con le autorità, con i matti. Lo vediamo parlare a una folla di persone come a quattro gatti e ciò che mi meraviglia, che mi viene da dire: “Questo è matto!” è l’entusiasmo che Dell’Acqua ci mette, sempre. Che ad ascoltarlo siano in due o in duecento, che siano i potenti o i “perdenti”. Per lui la verità non è una battaglia che si vince coi numeri, ma con la cultura, coltivando ogni terreno, ogni persona, parlando con lei, comunicando, considerandola una persona degna di tutto il rispetto e di tutta la cura che un uomo possiede. Il viaggio di Marco Cavallo è il viaggio di un visionario che non si arrende, che non si perde d’animo nonostante quello che vede: la pochezza, la codardia, l’ipocrisia di tanti, l’indifferenza di troppi, perché è vero, i matti non hanno appeal.

Guardate questo documentario – è disponibile su My Movies – per vedere un uomo che ha combattuto – e combatte – una buona battaglia. Guardate questo documentario per riflettere sulla malattia – mentale e non solo. Un malato è una persona che ha perso il “noi”, la malattia non è che il frutto marcio della solitudine. È per questo che non è la reclusione che cura un soggetto “socialmente pericoloso”, ma la comunione, la comunicazione, il noi, appunto. In un punto del Viaggio Dell’Acqua chiede a un gruppetto di internati dell’OPG di Aversa perché secondo loro Marco Cavallo è simbolo di libertà, allora uno di loro risponde: “Se prendi un cavallo e gli chiedi: Che cos’è la libertà, lui ti dira: correre nella prateria. Ma se prendi un cavallo, gli leghi un carro e poi gli chiedi: che cos’è la libertà? Lui ti dirà: Prima, essere libero, e poi correre in una prateria.”

Flaminia Chizzola

 

You must be logged in to post a comment Login