Oscar al miglior documentario, tra scandali politici e denunce ambientali

Dal Datagate al Vietnam, i documentari che raccontano l’involuzione del mondo

Quest’anno la sfida tra i candidati all’Oscar nella categoria miglior documentario è più avvincente che mai, grazie ad una cinquina piuttosto variegata con titoli capaci di testimoniare le tracce di una profonda trasformazione politica, sociale e popolare, ma soprattutto scelte coraggiose di denuncia che invitano a riflettere e a smuovere le coscienze nazionali. Tra tutti spicca il favorito e “scomodo” Citizen four di Laura Poitras, prodotto da Steven Soderbergh e presentato in anteprima al New York Film Festival, che ha il merito di raccontare come è nata l’inchiesta sulle globali attività di sorveglianza elettronica della NSA (National Security Agency), l’agenzia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, basata sui documenti sottratti dall’ex consulente Edward Snowden, la storica “talpa” del Datagate, tra ricostruzioni politiche e scomode interviste, che spingono il racconto narrativo a camminare costantemente in equilibrio in una costruttiva dicotomia tra pubblico e privato. Senza dimenticare uno dei documentari più premiati dell’anno, Virunga di Orlando von Einsiedel, che dopo aver conquistato il prestigioso Tribeca film festival di New York, ha ottenuto il premio come miglior documentario al festival Cinemambiente di Torino, la rassegna che dal 1998 presenta i migliori film ambientali internazionali. La forza di Virunga ,che il più antico parco nazionale africano, patrimonio dell’umanità dal 1979, sta nel suo tipo di denuncia, che tende a mostrare più che a raccontare le conseguenze di una serie di scellerate politiche economiche ed estrattive che vanno a sommarsi agli effetti di una devastante guerra per il petrolio che minaccia seriamente l’ecosistema. Su questa stessa linea s’inserisce un altro dei candidati, il documentario Il sale della terra, co-diretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado, un’opera potente sullo splendore evocativo del mondo e sull’irragionevolezza umana, principale responsabile del suo lento spegnersi. Di tutt’altro genere è il documentario Finding Vivian Maier, proiettato durante diversi importanti festival internazionali, tra cui il Sundance e la Berlinale, e che racconta la storia di una delle più creative ed originali street-photographer al mondo, Viviana Maier, la cui vita può essere paragonata un po’ a quella della poetessa americana Emily Dickinson, che scrisse le sue riflessioni e le sue poesie senza mai pubblicarle e, anzi, a volte, nascondendole in posti impensati, dove furono ritrovate solo dopo la sua morte. Infine sorprende la scelta di candidare Last Days in Vietnam di Rory Kennedy, segno di una profonda cicatrice nella coscienza americana che pare non essersi ancora rimarginata del tutto.

Danilo Canzanella

 

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