Patria, la sfida di Felice Farina

Dal romanzo di Enrico Deaglio, 90 minuti che raccontano 12 ore di occupazione di una fabbrica

Il regista Felice Farina parte dal romanzo di Enrico Deaglio, Patria, per dare una risposta a una domanda che nel 2008 si faceva sempre più pressante: Come siamo finiti così? Se non sai dove andare guarda da dove vieni: è questo il motto da cui è partito Farina per firmare un film popolare di ispirazione didattico-rosselliniana che racconta l’autosequestro per protesta di un operaio la cui fabbrica sta chiudendo i battenti. Mossa cui segue la minaccia di suicidio da parte di Salvo e l’intervento in suo soccorso di Giorgio, il sindacalista conservatore della società e Luca, il custode ipovedente e autistico della fabbrica.

Questa pellicola è nata, come afferma Farina, “come una sfida. Già riassumere le 900 pagine del romanzo di Deaglio in 12 ore di occupazione di una fabbrica, da riassumere a propria volta in 90 minuti di pellicola, è di per sé una sfida.” Enrico Deaglio si dice “onorato e ammirato dal film di Farina”. Onorato dalla passione con la quale, sin dal loro primo incontro, il regista ha affrontato l’impresa di trasporre sul grande schermo i 900 pagine di narrativa che sono, come scrive l’autore stesso nella prefazione del romanzo, un film su carta; “ammirato dall’invenzione narrativa di Farina: tradurre le diverse anime del libro nei tre operai che per protestare contro la chiusura della fabbrica si autorecludono sulle tre torri dello stabilimento è un’idea brillante.”

Farina ha voluto proseguire sulla linea documentaristica intrapresa da qualche anno, girando “un documentario in cui do vita a quella voce che nel documentario sarebbe la voce narrante.” Ispirandosi a Hiroshima mon amour e grazie a uno “strepitoso montaggio di Esmeralda Calabria” il regista ha legato frammenti di repertorio – tratti per lo più dalle teche Rai – allo svolgersi di un racconto presente, sincronizzando le emozioni della storia a quelle dell’azione scenica. “Ho voluto raccontare – dice il regista – attraverso lo sguardo di questi tre uomini la storia dell’Italia negli ultimi trantanni. Una pellicola con pochi kiss kiss e molto banga bang che prende le mosse dal disagioe dalle preoccupazioni generate dall’ultimo periodo berlusconiano, la cosiddetta epoca Ruby”. La narrazione cinematografica, però, non parte dall’inizio del ventennio berlusconiano, ma dalla morte di Aldo Moro per raccontare attraverso le emozioni dei personaggi gli ultimi trentanni di storia del nostro Paese. Un Paese che tende a dimenticare troppo presto ciò che accade.

Salvo, Giorgio e Luca non solo sono i tre protagonisti della pellicola, ma le tre anime del Paese: il “fascista” Salvo – interpretato da Francesco Pannofino – è la pancia, il sindacalista Giorgio (Roberto Citran) è la mente e Luca (Carlo Gabardini) è il custrode, non solo della fabbrica, ma della memoria. Sull’esplosivo operai fascista da lui interpretato, Pannofino dice che “Salvo è un uomo semplice che non approfondisce il proprio ruolo sociale finchè non viene licenziato dall’impresa per cui lavora e decide di occupare una torre dello stabilimento. Farlo non è stato particolarmente complicato perché è abbastanza facile essere incazzati adesso!” sottolinea l’attore. Giorgio dal canto suo è uno “specchio di quello scioglimento della lotta politica” che Citran vede avvenire ovunque, ormai, in Italia, “un Paese dove i cittadini affidano ad altri le proprie battaglie.” Con il suo solito acume Gabardini fa notare come “il deficit di Luca, la sua mancanza/ di memoria è uno specchio di quell’assenza di memoria propria dell’italiano medio che oggi non ricorda più niente, neppure chi sbagliò il rigore cruciale a Usa ’94. “

Infine, il trio Salvio, Giorgio e Luca viene così raffigurato da Gabardini: “uno è di destra, uno di sinistra e uno è scemo… un po’ come gli italiani!” Di destra e di sinistra: un po’come ai loro tempi erano Don Camillo e Peppone da cui Farina è partito per raccontare la suaPatria, unPaese dove la collaborazione torna a svolgereun ruolo centrale per la soluzione immediata e pratica ai tanti mali che abbiamo attorno.”

Flaminia Chizzola

 

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