PUSSY RIOT A PUNK PRAYER

recensione_cinefarm

A OGNI TEMPO LA SUA ARTE, ALL’ARTE LA SUA LIBERTA’

“Maria Vergine, Madre di Dio, diventa femminista.. Liberaci da Putin.” Poche parole, inequivocabili, estratte dal testo di una canzone delle Pussy Riot, collettivo punk moscovita, nato nell’agosto 2011, composto da circa 11 ragazze tra i 20 e i 33 anni. Sgargianti ed eccentriche, solite esibirsi con il volto coperto da passamontagna di lana colorata, queste giovani donne hanno deciso di rendere manifesto il loro dissenso nei confronti dell’attuale governo di Vladimir Putin, con plateali performance, eseguite, senza alcuna autorizzazione, per le strade, nei negozi, sui tettucci degli autobus, quanto nel bel mezzo della Piazza Rossa, a due passi dal Cremlino, sede istituzionale del presidente russo. Si tratta di brevi concerti improvvisati, degni del più originale punk anni ’70, graffiante e rumoroso, poco complessi dal punto di vista musicale ma assolutamente impegnati politicamente. I testi delle canzoni firmate Pussy Riot, difatti, sono diretti, promuovono i diritti di gay e lesbiche, ed enunciano, con provocatoria intenzione, la natura repressiva del governo Putin, la connivenza tra stato e chiesa ortodossa (Putin è stato dichiarato santo nel 2003), la visione maschilista radicata nella società e promossa da entrambe queste istituzioni, per cui la donna è decisamente discriminata. Le Pussy Riot, attraverso le loro esibizioni, non violente ma di forte impatto, videoregistrate e diffuse puntualmente sul web, vogliono smuovere le coscienze, dimostrare che opporsi è possibile e affermare, quindi, la loro libertà di pensiero ed espressione. Malgrado la marcata distanza tra queste audaci ragazze e la Russia devota, sessista e ferma sostenitrice di Putin, le Pussy Riot si sono guadagnate l’appoggio della comunità internazionale e l’attenzione dei media. Punto di non ritorno nell’opposizione tra il collettivo e il potere statale è stata la performance che cinque sue componenti hanno realizzato, il 21 febbraio 2012, all’interno della cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca. Interrompendo la Santa Messa, dal centro dell’altare, luogo vietato alle donne, considerate peccatrici, le Pussy Riot hanno cantato una loro personalissima “preghiera punk”, invocando l’aiuto della Madonna per liberare la Russia da Putin. L’esibizione è duarta in tutto 40 secondi, le guardie presenti e molti fedeli hanno, infatti, prontamente allontanato le attiviste, tra insulti e indignazione, dalla cattedrale. Nonostante la fugacità di tale dimostrazione, il Cremlino prese seri provvedimenti e, nel marzo 2012, tre delle Pussy Riot coinvolte, Nadia (Nadezhda Tolokonnikova), Masha (Maria Alyokhina) e Katia (Yekaterina Samutsevich), vennero arrestate. “Pussy Riot, A Punk Prayer”, Russia – UK 2013, documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin (prodotto da Roast Beef Productions e distribuito da Wonder Pictures), ricostruisce l’intera vicenda, le fasi del successivo processo a carico di Nadia, Masha e Katia, ed enuncia una sorta di manifesto del pensiero del collettivo.

Le Pussy Riot sono state accusate di aver violato l’articolo 213.2 del codice penale russo, ovvero di aver turbato l’ordine sociale con un atto di teppismo che mostra mancanza di rispetto per la società ed è motivato da odio e ostilità religiosa. Ben lungi da comprensione e clemenza, il 17 agosto 2012, la Corte ha condannato le tre ragazze a due anni di detenzione, Katia è stata assolta in appello mentre Nadia e Masha incarcerate. Il caso ha riscosso molto scalpore, associazioni per i diritti umani, come Amnesty International, artisti internazionali, tra cui Patti Smith, Madonna, Sting.. , quanto la stampa estera, hanno criticato la sentenza e suppartato le Pussy Riot. Sordo a qualsiasi richiesta di indulgenza, Putin l’ha invece confermata e dopo pochi mesi, Nadia, ideatrice della performance nella cattedrale, è stata trasferita in un campo di lavoro forzato in Siberia. Ultimamente, tali strutture si affollano di artisti, giornalisti, oppositori politici, omosessuali e giovani attivisti, e rappresentano i luoghi intellettualmente più stimolanti e liberali dell’intera Russia. Il 23 dicembre 2013, dopo 21 mesi di reclusione, a seguito di un’amnistia approvata dalla Duma, proposta da Putin per smorzare i toni ormai indignati dell’opinione pubblica internazionale in vista dei Giochi Invernali di Sochi, Nadia e Katia, insieme ad altri 25.000 detenuti, tra cui i membri di GreenPeace arrestati nel settembre 2013, sono state liberate. Entrambe non rinnegano nessuna delle loro convinzioni e anzi dichiarano la volontà di continuare la loro lotta contro il regime repressivo del Cremlino.

Uscito lo scorso dicembre nelle sale italiane, “Pussy Riot, A Punk Prayer” è un documentario di interesse non solo politico ma anche sociale. Lerner e Pozdorovkin, per quanto inizino a raccontarci questa storia con toni leggeri, presentando Nadia, Masha e Katia come se fossero tre eroine dei fumetti, definiscono, minuto dopo minuto, una realtà inquietante, che desta e preoccupa la coscienza dello spettatore. La Russia viene dipinta senza veli, emergono fanatismi religiosi, discriminazioni sessuali, censura di stampa e mezzi d’informazione, paura dell’ onnipotente governo Putin e conseguente omologazione alle norme comportamentali da questo promosse. (Le Pussy Riot restano infatti un caso isolato). La società, immobile e ancorata al suo retaggio ottocentesco, disconosce per prima questo collettivo di pensatrici indipendenti e la polizia raffredda gli animi dei pochi che osano sostenerle. Il film, oltre alla documentazione del processo, si avvale delle testimonianze dei genitori delle tre ragazze, delle immagini delle precedenti performance delle Pussy Riot, di quelle raccolte per le starde di Mosca durante le manifestazioni pro e contro la loro incarcerazione e di estratti dei notiziari a riguardo. Lerner e Pozdorovkin, non riportano alcuna intervista a Nadia, Masha e Katia, ma esclusivamente i brevi interventi concessi loro dalla corte durante il processo, le registrazioni degli interrogatori e qualche frase rubata alle loro conversazioni in tribunale, il film si conclude con la loro condanna. Le Pussy Riot non sono state giudicate secondo norma ma tenute in costante cattività, isolate e zittite. Questo documentario costituisce una denuncia, esclama l’anacronismo e gli abusi del governo autarchico di Putin, ha un costrutto funzionale, chiaro e un montaggio originale, che arricchisce la narrazione. Le inquadrature spesso fuori centro e mosse, ad eccezione delle interviste, amplificano l’atmosfera torbida, di illegalità, in cui si muovono le protagoniste.

La comunità internazionale si indigna e sgomenta ma poi ritorna placida nella sua comoda indifferenza. DIY ritorna un modus operandi slegato e d’impatto, che rimette l’azione alla coscienza del singolo, indipendente e sovrano.. Nella palude dell’omologazione c’è chi prova a liberarsi dalla melma, sarà anche attraverso un’estetica punk, tra performance, scandali e strepiti ma resta una presa di coscienza, coraggiosa e creativa.
Anna Politkovskaja, Aleksandr Litvinenko e migliaia di altri nomi sconosciuti.

 

Zelia Zbogar

 

You must be logged in to post a comment Login

Leave a Reply