Una Spoon River italiana sulle sponde dell’America

The Stone River di Giovanni Donfrancesco, un film che coniuga l’eternità della pietra alla fragilità dell’uomo

A Il Mese del Documentario è la volta di The Stone River di Giovanni Donfrancesco. Un film dalle atmosfere siderali e dai ritmi glaciali che coniuga l’eternità della pietra alla fragilità dell’uomo. Come ci spiega il regista: «L’uomo finisce mentre la pietra dura, ci sopravvive. Non è un caso se le lapidi e i monumenti sono fatti di questo materiale. La forza della pietra comparata e al tempo stesso legata alla fragilità dell’uomo è un qualcosa che mi ha sempre colpito, che mi ha sempre commosso». E questo forte contatto tra ciò che dura e ciò che svanisce Donfrancesco lo trasmette allo spettarore con una raffinatezza estetica rara. Una fotografia che sin dall’inizio introduce lo spettatore in un altro ordine temporale. Proprio come entrando in un camposanto, in The Stone River la materia stessa del tempo cambia, il tempo si scioglie come l’orologio di Dalì in questa pellicola che fonde la pietra dei morti con la carne dei vivi, e viceversa.

La “trama” del documentario è molto semplice: vi sono narrate le storie di immigrati italiani del primo Novecento. Immigrati che avevano una sola cosa in comune: erano tutti lavoratori della pietra provenienti da Carrara. Ma è il registro stilistico di Donfrancesco a trasformare quello che potrebbe essere uno dei tanti diari collettivi d’emigrazione in una parabola dell’uomo in rapporto col tempo. In The Stone River l’uomo e la morte si guardano negli occhi senza mai fuggirsi, insultarsi, mentirsi, proprio come fanno coloro che scolpiscono le lapidi, che rappresentano infatti i volti del film. Come in Spoon River – cui non a caso il titolo del film sembra alludere – Donfrancesco interroga le lapidi che si stagliano sulla neve immacolata di Barre, ma a differenza di Edgar Lee Masters in questo caso non sono le lapidi a parlare, ma sono gli eredi di coloro che hanno scolpito, inciso quelle lapidi e che in quella stessa cittadina americana di Barre continuano a lavorare la pietra. Se non sapessimo che sono parole di persone defunte, vissute quasi cent’anni fa, diremmo che le brevi storie che ascoltiamo sono scritte oggi, dagli stessi personaggi che le raccontano. E invece no. Invece lo scultore di lapidi che con gli occhi stanchi di vita ci dice “Finito il lavoro vado a bere. Bevo troppo, lo so, mi ucciderà prima o poi tutto quest’alcool, ma non riesco a vivere senza, non posso farci niente.” Non è l’uomo che vediamo, non sono i suoi occhi stanchi che hanno scritto queste parole: è un immigrato italiano dei primi del Novecento. Eppure non c’è differenza. È vero, come dice Donfrancesco: «l’eternità e la fragilità sono legate», forse l’unica cosa che sorpavvive dell’uomo, l’unica cosa che dura è questo sua frabilità così diversa dalla rocciosità ella pietra con cui lascia una traccia di sé ai posteri.

Un documentario che ha diversi livelli di lettura, quello più biografico, quello meramente estetico, quello attuale – in fondo si parla di emigrazione, di morti a causa delle esalazioni del granito che ricordano molti nostri morti di fabbrica che prima di essere ricordati chiedono che sia fatta giustizia. Un film che lega le immagini di una natura impeccabile, se non impassibile, alle parole di uomini imperfetti – come tutti – sbeccati come brocche cadute di mano prima ancora di arrivare alla tavola. Un film che cuce il passato sui volti del presente, che incide l’altrove americano sul qui italiano, anzi, sull’ovunque dell’uomo. Un film ricco, intenso, che ha in sé il peso della pietra e la leggerezza della neve.

Flaminia Chizzola

 

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