Valerian e la città dei mille pianeti: la conferenza stampa di Luc Besson

Il regista di “Leon” e “Il quinto elemento” si racconta per presentare una possibile nuova saga fantascientifica.

A 3 anni da “Lucy”, Luc Besson torna a dirigere un film e lo fa conValerian e la città dei mille pianeti”, pura fantascienza nata dal fumetto “Valérian et Laureline” di Pierre Christin e Jean-Claude Mézières.
Un lavoro ambizioso che lo stesso regista ha voluto raccontare prima alla stampa e poi al pubblico a Roma. Ecco cosa ci ha raccontato sul suo ultimo lungometraggio, e non solo.

Sappiamo tutti che lei da piccolo impazziva per il fumetto di Valerian. Ora legge ancora fumetti?
«Leggo ancora fumetti. Sento spesso dire che sono infantile, ma mi sento perfettamente adulto. Del resto gestisco 2000 persone a lavoro e ho cinque bambini a casa, ma non ho dimenticato il piccolo Luc che sono stato, ho ancora ottimi rapporti con lui, è un bravo bambino. Mi fa pensare a un filosofo, che penso sia italiano, che dice che bambino è il padre dell’uomo»

Si è ispirato ad altre opere oltre al fumetto di Valerian per questo film? Porterà fumetti moderni al cinema?
«Quando si inizia a girare un film fantascientifico bisogna evitare di vedere altra fantascienza. Ho fatto lavorare sei artisti e abbiamo esplorato creativamente ciò che si poteva fare. Sono stati scelti attraverso concorso e non potevano parlarsi tra loro, solo con me via Skype una volta a settimana. Alcuni loro disegni erano folli, da neuro. Dopo un anno ho scelto altri sei artisti, ma il lavoro era già abbastanza definito»

Questo film parla di degradazione umana e le donne sono molto importanti:
«Bisogna lottare contro la degradazione umana, almeno è ciò che penso io, altrimenti non mi guarderei più allo specchio. Sulle donne penso che siano l’avvenire degli uomini. L’uomo usa muscoli e la donna il cervello. Non mi sembra che una donna abbia mai dichiarato una guerra. Però gli uomini giocano meglio a calcio.
Il vero argomento del film popoli massacrati in nome di religione, economia e progresso. Indiani, ebrei, e non solo. Quando dico ai figli che sono stati sterminati sei milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale si annoiano perché pensano di essere a scuola. Vedendo il film e la sorte capitata ai Pearl si sono indignati, così gli ho detto che è successa una cosa simile anche nel nostro mondo, e allora si sono interessati. Quindi mi tocca fare film di 180 milioni per educare.
Arthur e i Minimei” è un mio film molto ambientalista, anche per sensibilizzare i bambini. Un mio amico mi ha detto che i suoi figli non camminavano più sul prato ma solo sul muro di cinta per paura di schiacciare i Minimei»

Conferma che questo sarà il primo di una trilogia? E perché Cara Delevigne non ha i capelli rossi come il suo personaggio nel fumetto?
«Mi piacerebbe farne 3, ma anche 25, purtroppo non dipende da me, speriamo abbia successo, io mi occupo solo del lato artistico. Cara ha provato il colore rosso e non si trovava bene, così ho scelto la soluzione che stava meglio a lei»

Il film è straordinario perché realizza ogni tipo di fantasia. Ma la tecnologia può essere un limite per i film moderni?
«La tecnologia se utilizzata bene è libera, il vero limite è l’immaginazione. Negli ultimi sei anni i film di fantascienza sono stati tutti uguali, dopo 25 minuti ne ho abbastanza, i cattivi sono sempre alieni, e hanno tutti lo stesso fornitore di calzamaglie»

Lei ha dedicato questo film a suo padre:
«L’ho dedicato a mio padre e anche al piccolo Luc. Quando mi ha regalato il fumetto non pensava che ne avrei fatto n film. Purtroppo è morto durante la produzione, spero possa vederlo in 3D in paradiso con David Bowie. Dopo vado dal Papa e spero che metta una buona parola»

C’è un legame tra questo film e Avatar di James Cameron?
«Siamo tutti noi a dovere molto a Cameron per la tecnologia di Avatar. L’ho visto tante volte, e James è una sorta di fratello maggiore che mi ha molto aiutato. Abbiamo organizzato proiezioni stampa in tutto il mondo ma quella che temevo di più era quella con lui»

Ha voluto approfondire in questo film il messaggio ecologico rispetto al fumetto?
«No perché era già nel fumetto, se ne parlava già 30 anni fa. Credo che il messaggio è che bisogna raggiungere un buon equilibrio. Il popolo di Pearl non ha istinto di vendetta, vuole solo recuperare la propria terra. La vendetta non è necessariamente risposta automatica, mentre in Italia ci si vendica anche per cinque generazioni per una gallina»

Come è stato lavorare con un cast così giovane per età e filmografia?
«Sono attori giovani a ottimi. Volevo rinnovare le schiere, perché è la cosa migliore. In formula 1 ci sono anche piloti di 17 anni, ma non solo, i bambini di 6 anni mi aiutano con il pc»

Ci può raccontare la genesi della scena dei travestimenti di Rihanna?
«Il personaggio di Bubble esiste nei fumetti già dal 1975. Mi piace il suo dilemma dell’identità, è nessuno come può essere tutti, un po’ sindrome dell’attore, Bubble rappresenta l’apice del ruolo dell’attore.
Ho pensato a Rihanna per questo personaggio e non avevo seconde scelte. Gliel’ho proposto e lei ha accettato subito. La scena in cui diventa Cleopatra l’ho trovata fantastica, per il fatto che recita Shakespeare in un film di fantascienza»

Osservando la sua filmografia, si nota un’evoluzione particolare. Lei ha cominciato con pellicole molto dure per poi passare al fanciullesco, adatto al grandissimo pubblico. Ha fatto queste scelte per ambizione, o per questioni di industria?
«Ho fatto queste scelte non per voler arrivare a un certo pubblico o un altro, questo è un pensiero da giornalista. Negli anni ‘70 ero giovane e ribelle, e volevo scrivere della società borghese, invecchiando ho trovato la società più dura, mi è passata la voglia di scuoterla quindi ho voluto fare qualcosa di più divertente»

Il film è costato tantissimo. Cosa l’ha spinta a non mollare?
«Non ho mollato nonostante i costi perché sono fatto così. Non si scende da una nave in mezzo all’Atlantico»

Il lato ironico era presente nel fumetto o lo ha aggiunto lei?
«La derisione arma molto potente, le cose passano meglio quando un amico ti piange addosso e tu per sdrammatizzare gli dici che ha una cacata di piccione sulla spalla»

Com’è stato lavorare con Alexandre Desplat?
«Desplat è un musicista straordinario, ha una grandissima esperienza ma sa anche ascoltare e seguire le direttive. Io lavoro da 25 anni con Eric Serra e ormai siamo come una vecchia coppia, non sappiamo più sorprenderci; per questo ogni tanto lo devo tradire e fare un film senza di lui, ma poi torno sempre»

Cosa ne pensa di Star Wars?
«Sono grande fan dei film di Star Wars di George Lucas. Ha rivoluzionato la fantascienza, e l’ho incontrato diverse volte»

Di seguito un video del saluto al pubblico di Luc Besson al The Space Cinema di Roma.

Valerio Brandi

 

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