Vincitore del premio Leone del Futuro di Venezia

UnknownWhite Shadow è l’opera prima del regista esordiente Noaz Deshe che vive tra Berlino e Los Angeles. La produzione vede la collaborazione tra Italia, Germania e Tanzania e vanta tra i produttori esecutivi uno degli attori più conclamati dell’ultima stagione cinematografica, Ryan Gosling. All’origine del film c’è un fatto di cronaca: il fenomeno della mercificazione degli albini di Tanzania, Congo, Kenya e di come questi, per inspiegabili credenze popolari, vengano uccisi e mutilati, privati degli arti e dei genitali, successivamente impiegati come rimedi per guarire dalle malattie, preservare dalla sfortuna e fungano da garanzia per la prosperità. C’è chi è disposto a pagare migliaia di dollari pur di aggiudicarsi uno di questi “amuleti”, in paesi i cui redditi pro capite si aggirano attorno ai 400 dollari. Un fenomeno in netta crescita, quello del massacro degli albini, se si pensa che negli ultimi anni le morti documentate sono 73 a cui si aggiungono le aggressioni spesso non denunciate. Da qui parte il film che racconta la vicenda del giovane Alias, quindicenne albino originario della Tanzania rurale che, dopo la morte del padre massacrato e rivenduto a pezzi da sedicenti stregoni, è costretto a cercare riparo in città, lasciando la madre e la casa paterna, per scampare a una morte annunciata. Costretto a crescere molto velocemente, ma che riuscirà a sopravvivere anche grazie alle preziose raccomandazioni della madre: “Sii uomo, mangia poco e condividi tutto”, scoprirà come l’affetto degli amici, un piccolo albino che vanta di essere uno stregone, e la cugina Antoinette, sia la vera risorsa per la salvezza.
Un film duro che non risparmia lo spettatore dalla realtà crudele a cui sono costretti gli albini della Tanzania, una forma di sensibilizzazione per un problema altrimenti poco conosciuto. Motivo per cui Noaz Deshe che ha precedenti esperienze come montatore e compositore, decide di esordire alla regia con un soggetto così intenso e che difficilmente potrà lasciare impassibili. Grazie a un approccio diretto, in cui si alternano immagini dall’impatto brutale, con momenti più stranianti, che sembrano riproporre per immagine e dunque, passando per la vista, quella che è l’esperienza a cui sono sottoposti i sensi durante un rito sciamanico.

Di notevole intensità le performance degli attori non professionisti vero fiore all’occhiello dell’opera.

Cristina Colet

 

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