We come as Friend per la sezione “Colpe di Stato” al MFF

Il documentario di Hubert Sauper fuori concorso al Milano Film Festival é un viaggio spazio temporale ai confini del documentario

“Colpe di Stato”, una delle sezioni parallele del MFF, curata dal 2011 dalla giornalista Paola Piacenza, tratta il documentario e propone una rosa di titoli attenta alle mutazioni del presente, che svela e denuncia le logiche di potere nel mondo. Tra quelli presentati alla 19esima edizione, terminata domenica scorsa, We Come as Friend, Francia 2014, di Hubert Sauper.
La realizzazione del film è durata sei anni, durante i quali il regista austriaco ha sorvolato il Sudan a bordo di un piccolo aereo, che lui stesso ha fabbricato. Unici effetti personali: una telecamera, la divisa da pilota e un foglio bianco con scritto “We come as friend”. Sauper ha visitato il Paese, fin nei suoi luoghi più remoti, e ha filmato i villaggi, i campi di addestramento militare, i quartieri delle Nazioni Unite, le piattaforme di estrazione petrolifera cinesi, le missioni umanitarie, i territori selvaggi e le città. Come il comandante di una navicella spaziale, arrivato dopo un atterraggio di fortuna, ha sempre mostrato il messaggio di pace e incuriosito per il suo mezzo fai da te. Ha ripreso tutto, così come si presentava. Nel suo documentario ha distillato questi appunti di viaggio e ha montato i vari spezzoni in modo da mettere insieme un mosaico rivelatore. La storia del Sudan prima e del Sud Sudan dopo l’indipendenza del 2011, è plasmata da mani straniere. Dall’Occidente civilizzato che lento si impossessa delle sue risorse.

Un documentario senza didascalie, in cui la voce narrante non spiega quel che vediamo ma mette in campo il flusso di coscienza dell’autore, che si interroga sulle origini del colonialismo e sulle sue nuove forme. Sauper lascia che a parlare siano i locali e le immagini, perché da secoli la storia è stata scritta da un solo punto di vista, il nostro. Certo, ci sono degli indizi e lo stesso andamento del film diventa via via più disturbante, ma lo spettatore è costretto a un’interrogazione.

Lo sguardo di Sauper è volto alla realtà dei fatti, e lui cerca di immergersi al suo interno, per guardare oltre la superficie delle apparenze. Farlo ha significato restare nel Paese per un periodo di tempo molto lungo e mettersi in gioco. Abbandonare la propria prospettiva e compiere un viaggio nel viaggio, lontano dai condizionamenti della civiltà. Ma è un lavoro difficile. Ci sono i sensi di colpa, i dubbi sull’etica del film e sulla sua originalità. Un percorso di crescita e cambiamento. Ha detto il regista: «Tutti i giorni mi sono chiesto “Perché sono qui? Cosa voglio comunicare?”. Il cuore del film sta tutto in questa riflessione: come osservare e raccontare il mondo senza adottare un punto di vista viziato o indotto».

Il film ha vinto il Premio speciale della giuria a Sundance 2014 e il Peace Film Award alla Berlinale.
Produzione: Adelante Films, Hubert Sauper, e KGP, Gabriele Kranzelbinder

Zelia Zbogar

 

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