“Who is Dayani Cristal?” e l’immigrazione americana

Il documentario di Marc Silver, prodotto e interpretato da Gael García Bernal, denuncia la guerra all’immigrazione americana

Vincitore del Cinematography Award al Sundance Film Festival 2013, Who is Dayani Cristal? è un film che si muove su due binari paralleli, quello tortuoso dei treni stipati di clandestini che attraversano il Sud America e quello costruito pezzo per pezzo dal personale dell’obitorio di Pima County, in Arizona, che indaga sui migranti deceduti nel Deserto del Sonora per attribuirgli un’identità. Un caso in particolare, tra le centinaia in attesa di soluzione, è al centro del documentario, quello di un uomo morto a pochi km dalla città di Tucson, ritrovato dalla Border Patrol (la polizia di frontiera) senza documenti o effetti personali, ma con un tatuaggio sul petto: il nome Dayani Cristal. Marc Silver e Gael García Bernal cominciano a raccontare questa storia dai suoi antipodi. Il regista dalla fine ovvero dalla scoperta del cadavere, e l’attore dall’inizio, dal piccolo villaggio in Honduras da cui l’uomo era partito. Silver segue l’inchiesta senza dare per assunta la sua soluzione. Intervista i medici, gli antropologi e i volontari che collaborano all’indagine e racconta tutto il processo con cui normalmente si arriva all’identificazione di un corpo. Soprattutto denuncia gli effetti che la militarizzazione del confine ha avuto sui migranti. Ad oggi è quasi impossibile entrare in territorio americano dalle aree urbane tra il Texas e la California e per questo molti di loro si spingono su nuove rotte ben più pericolose. Infatti dal 2001 al 2013 nel deserto dell’Arizona sono stati rinvenuti 2.202 cadaveri (fonte Colibrí Center for Human Rights) più del doppio di tutti quelli ritrovati fino al 1998. Nel frattempo Bernal ripercorre i passi dell’uomo e compie il suo stesso viaggio attraverso l’Honduras, il Guatemala e il Messico. È ripreso da Silver e da Paul Esteve Birba in due luoghi simbolo di questa diaspora, sulla “Bestia”, il treno merci su cui i migranti si arrampicano per attraversare il Sud America sul tetto dei vagoni, e durante una cena al rifugio “Brothers on the road”, a Oaxaca. A scandire la narrazione viene più volte recitata una preghiera, una sorta di mantra che quasi tutti i migranti portano in tasca.

Con Who is Dayani Cristal? Silver e Bernal vogliono sensibilizzare l’opinione pubblica americana e attivare un dibattito sull’efficacia della politica anti-immigrazione. Il doc punta sull’emotività e a volte ha un taglio televisivo. Ha detto il regista: «È una scelta dialettica. Vogliamo decostruire lo stereotipo per cui chi giunge negli Usa in modo illegale è considerato un criminale o un numero. Così abbiamo mostrato il villaggio e la famiglia del protagonista e raccontato i motivi per cui era partito».

Dal sito del film (http://whoisdayanicristal.com/) è possibile denunciare la scomparsa di persone in transito tra il Messico e gli Usa, grazie a un link con la banca dati del Colibrí Center for Human Rights. L’organizzazione, fondata nel 2013 da due antropologi americani, Robin Reineke e William Masson, archivia e confronta le informazioni relative alle morti e alle scomparse provenienti da entrambi i lati della frontiera. In un altra sezione del sito sono pubblicate diverse storie vere di clandestinità e di viaggio, ognuno può contribuire con la propria e tutte sono stampate e affisse lungo la barriera di separazione tra le due nazioni. E sempre online è messa a disposizione dell’utente una piccola guida che contiene estratti delle leggi Usa sull’immigrazione e notizie generali sui diritti e sulla sicurezza lungo il confine.

Who is Dayani Cristal è ancora nel circuito dei festival internazionali, in Italia è distribuito da PFA Films ed è stato presentato in anteprima lo scorso 2 ottobre al cinema Beltrade di Milano, dove sarà in programmazione dal 20 novembre. In parallelo è attiva anche una campagna di distribuzione dal basso.

Zelia Zbogar

 

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